Ambrogio

Sergio Scalpelli

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Discontinuità. La parola che anche quando non viene pronunciata si legge in filigrana sotto ogni dichiarazione di questi giorni. La reclamano i Cinque Stelle come condizione per sedersi al tavolo, la evocano a sinistra quanti chiedono un profilo politico dopo anni di civici, la danno per acquisita a destra quanti confidano che dieci anni di amministrazione abbiano stancato la città. Attorno a quel termine, più che attorno ai nomi, si sta organizzando la corsa a Palazzo Marino. Ed è lì che si annida l’equivoco.

Converrebbe dire con franchezza che la discontinuità avverrà comunque, per ragioni che non dipendono dal giudizio di nessuno: nel 2027 il sindaco non sarà Beppe Sala. Un ciclo lungo due mandati si chiude per esaurimento naturale, e chiunque vinca dovrà costruire un rapporto nuovo con la città. Rivendicare quella rottura come programma significa attribuirsi il merito del calendario. Che alcune direzioni vadano corrette è fuori discussione, e sarebbe ipocrita sostenere il contrario nella settimana in cui i bandi per la casa accessibile slittano per la seconda volta. È in fondo quello che Stefano Boeri chiama “difetto di crescita”. Ma correggere una direzione non è cambiare modello, e la confusione tra le due cose rischia di costare a Milano un anno di discussione sterile. Il limite del modello milanese non sta nella sua ambizione: sta nel punto in cui si è fermato, il confine amministrativo del Comune. L’attrattività ha funzionato al punto da generare effetti che quel perimetro non è più in grado di governare. Chi non può permettersi una stanza a 730 euro non lascia Milano: si sposta di venti chilometri e continua a lavorarci, a usarne i trasporti, a chiedere servizi a un’amministrazione che non lo conta tra i residenti. La casa e le economie, quelle nuove e quelle da far crescere, vivono su una scala e vengono trattate su un’altra, più piccola.