Dissero che era una squilibrata, per sminuire il significato politico del suo gesto ed evitare attriti tra Italia e Gran Bretagna. Non era vero. Violet Gibson era di certo una personalità molto particolare, e un animo tormentato. Ma non fu un raptus di follia a portarla, cento anni fa, a trasferirsi a Roma dall’Irlanda per preparare l’atto che la fece passare alla storia: sparare a Benito Mussolini.
Accadde il 7 aprile 1926, ed è un episodio di cui si sa tanto e al tempo stesso si sa poco. Perché, dietro il velo ufficiale delle cronache dell’epoca, si nascosero manovre intricate. Mentre l’autoproclamato Duce degli italiani usciva da un congresso medico al Campidoglio, Gibson, confusa in una piccola folla, gli sparò con un piccolo revolver, colpendolo di striscio al naso. Fu davvero una ferita lieve, tanto che non gli impedì – dopo le medicazioni – di mantenere già il giorno dopo l’impegno del programmato viaggio a Tripoli.
Il giovane regime fascista però da un lato sfruttò l’accaduto per guadagnare consenso popolare e limitare ulteriormente le opposizioni; dall’altro volle ridimensionare il fatto in sé, forse per non dare un’immagine di vulnerabilità. O, più ancora, per esaltare la forza di Mussolini: tanto che non vi furono problemi a diffondere la sua foto con un vistoso cerotto in piena faccia. Secondo alcuni storici fu allora che la giovane Claretta Petacci scrisse al Duce una lettera d’ammirazione, che indusse lui a volerla conoscere e poi a farne la sua amante, fino alla morte insieme. Probabilmente però le lettere di Petacci furono molteplici.






