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Silvia Morosi

I tentativi di insabbiare il delitto, il peso di quel «cadavere insepolto», un impassibile Mussolini. Giovedì 28 maggio in edicola la copia anastatica del «Corriere» che uscì dopo il ritrovamento del corpo del deputato socialista nel bosco della Quartarella

È il 16 agosto 1924 quando a Riano, nel bosco della Quartarella, poco lontano da Roma, da una piccola fossa, scavata in fretta utilizzando una lima da fabbro, riaffiora un corpo piegato in due, in avanzato stato di decomposizione. Sono passati 66 giorni da quando il deputato socialista Giacomo Matteotti è stato aggredito sul Lungotevere Arnaldo da Brescia: mentre si stava dirigendo verso Montecitorio, venne caricato su un’automobile da cinque appartenenti alla «Ceka», la polizia segreta fascista. E di lui si persero tutte le tracce. L’Italia, che per oltre due mesi, si è aggrappata a voci, smentite e depistaggi, si trova a fare i conti con una sconvolgente verità: il delitto politico dell’uomo-simbolo della resistenza al regime non è più un’ipotesi. La crisi dello Stato liberale era iniziata, la svolta autoritaria verso la dittatura stava per compiersi, anche se molti non ne avevano ancora la percezione.

A raccogliere l’angoscia e l’indignazione del popolo in occasione del ritrovamento del cadavere è il Corriere della Sera (la copia anastatica domani in edicola), che in prima pagina racconta - con termini crudi, che non lasciano spazio all’immaginazione - lo scempio del corpo compiuto dagli squadristi che, per nasconderlo, lo seppellirono in una buca molto più piccola della sua altezza: «Dovettero indubbiamente spezzargli le gambe al ginocchio o comprimere la testa sul torace», ricorda ancora l’articolo. La commozione degli italiani «che s’era sollevata unanime nella protesta contro il misfatto iniquo» e «affollata nel compianto per la vittima e la famiglia», si riunisce ora «intorno a questi resti d’uomo». L’evento venne salutato anche come un punto di svolta nell’evoluzione del processo in corso, seguito - con coraggio - da diverse testate che misero in evidenza incongruenze e tentativi di insabbiare un delitto concepito dal regime nella presunzione della più assoluta impunità: «Il Paese anela a un’opera di Giustizia completa, esauriente, in piena luce, che non risparmi alcuna responsabilità», dando alla vittima e alla famiglia «il conforto di una riparazione grande quanto fu grande il misfatto», riporta il Corriere. Il quotidiano di via Solferino non mancò di ricordare il peso che quel «cadavere insepolto» aveva «sulla coscienza della Nazione», paragonandolo a «un incubo» e il «sollievo» di poter finalmente concedere a Matteotti una degna sepoltura nella sua Fratta Polesine (Rovigo).