Arrivare a diciannove anni in una città che ha fatto della ritrosia un tratto identitario può fare paura. Lo sa bene Philomena Steinbach, che un anno fa ha lasciato l’ordine pianificato della sua Germania per trasferirsi a Genova come ragazza alla pari. L’impatto con i caruggi e con quella "gabbia di pietra" stretta tra le colline e il mare è stato un vero urto culturale, ma Philomena ha imparato quasi subito a decifrare i codici della Superba. “I primi giorni pensavo che ce l’avessero tutti con me – ricorda la ragazza – Poi ho capito: il genovese non è sgarbato, ha solo una corazza. Ma, quando si contrae quel muscolo vicino all'occhio che per loro è un sorriso, ti senti a casa”.

Philomena è uno dei tasselli della rivoluzione silenziosa che sta trasformando il capoluogo ligure. Città storicamente "chiusa" e demograficamente anziana, Genova sta scoprendo una nuova vocazione: quella di polo universitario globale. I nuovi studentati in progetto, il campus di Savona che fa da sponda e i cantieri aperti per ridisegnare il centro storico a misura di studente sono segni tangibili di una scommessa: attrarre talenti stranieri per invertire la rotta.Una rotta che, nella vita di tutti i giorni, si scontra ancora con le vecchie abitudini locali. Per Philomena, infatti, l'inizio non è stato una passeggiata. Vivere dentro una famiglia genovese le ha permesso di osservare la città dall'interno, scontrandosi con una diffidenza protettiva: "i genovesi sono riservati, nel sud Italia è stato molto più semplice legare – ammette – Ma quando il muro crolla, la loro accoglienza ha una profondità rara".