Se la Russia era «un enigma avvolto in un mistero dentro a un enigma» come la definì Winston Churchill nel celeberrimo discorso del 1° ottobre 1939, cos’è allora la Cina? Un «modello di capitalismo coordinato e gestito dallo Stato» come la chiamò in febbraio il finanziere Steven Rattner, un sistema che è riuscito a diventare un colosso che domina la manifattura mondiale compresi i settori tecnologici di punta a lungo appannaggio dell’America? O non è piuttosto, come la chiamò l’anno scorso lo storico dell’economia Adam Tooze, «la chiave di volta per comprendere cosa sia la modernità»? Oppure ancora «una creatura dalle molte teste di cui nessuna rappresenta la più certa e affidabile identità» come scrive Xu Guoqi, che prima di fare il professore all’University of Hong Kong’s History Department aveva studiato a lungo in America? Probabilmente, un po’ di tutto di questo.La Cina ha reso concreto un ossimoro, il «socialismo di libero mercato» come lo definisce Francesca Delicata, economista della Bocconi e consulente dell’Ispi. «L’isolamento e poi l’improvvisa apertura al mondo in un momento in cui il mondo inseguiva il multipolarismo al contrario di oggi, sono stati la sua fortuna», riflette Robert Engle, economista della New York University, premio Nobel nel 2003, che ha appena inaugurato a Shanghai una filiazione della Nyu. «È come se, dopo millenni di cultura profondissima e di grandi scoperte tenute però, come dire, al riparo dalle influenze globali, la Cina abbia scoperto il suo potenziale e se lo sia giocato al meglio nel suo interesse». Nel 2010 l’economia cinese ha superato quella giapponese come seconda potenza mondiale e poi per diversi anni era sembrata raggiungere quella americana. Ma una serie di stagioni fauste per gli Usa e il sostanziale fallimento del rilancio dei consumi interni che Xi Jinping aveva proposto nel 2015, hanno allargato di nuovo le distanze. Dal punto di vista tecnologico però il pareggio rimane vicino, visto che anche Pechino ha imboccato per la via maestra la strada dell’Ia e può permettersi una certa assertività verso chiunque. «Teniamo presente – dice Engle – che nel 2000, alla vigilia della grande globalizzazione, la Cina vendeva in 26 Paesi tutti della sua sfera di influenza come la Corea del Nord, oggi è presente su 186 mercati.Oggi che i rapporti con Trump sono così burrascosi (o meglio, a corrente alternata) in molti temevano per la caduta del Pil. Invece l’economia della Cina è cresciuta del 5,0% su base annua nel primo trimestre del 2026, accelerando rispetto al 4,5% del quarto trimestre e superando le previsioni del 4,8%. Ha segnato la crescita annuale più rapida in tre trimestri, sostenuta da una performance esportativa resiliente, sebbene anche Pechino si prepari a potenziali ripercussioni dal conflitto in Iran. Finora, comunque l’economia è riuscita ad assorbire lo shock con interruzioni di forniture limitate (per i buoni rapporti con Teheran), riserve di petrolio abbondanti, a un mix energetico diversificato e a controlli statali che aiutano a contenere la volatilità dei prezzi. Piuttosto, continua a riproporsi il problema del surplus produttivo poiché già in marzo la produzione è aumentata più del previsto, ma la crescita delle vendite sia all’export che al dettaglio ha deluso le stime. Nel frattempo, gli investimenti in beni fissi nel periodo da gennaio a marzo hanno continuato a crescere, sebbene a un ritmo più lento.Tutto è cominciato (a cambiare) poco più di mezzo secolo fa con una partita di ping-pong fra Usa e Cina. Era il 10 aprile 1971: nove giocatori della squadra statunitense andarono a Pechino a partecipare a un torneo amichevole, diventando di fatto la prima delegazione americana a visitare il Paese dal 1949. Le sfide con gli atleti cinesi (che stravinsero tutti i match) contribuirono a gettare le basi per l’instaurazione di nuove relazioni diplomatiche ufficiali tra Cina e Stati Uniti. L’evento sportivo aprì la strada alla storica visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, il tutto sotto la regia di quel vecchio volpone del segretario di stato Henry Kissinger (che tentava anche disperatamente di distogliere l’attenzione dagli scandali in patria dei Pentagon Papers e del Watergate). Cambiarono così gli equilibri della guerra fredda. Gli Stati Uniti aprirono l’ambasciata di Pechino il 1° marzo 1979. In quel momento andò in pensione l’era maoista (1949-1978), caratterizzata da un’economia collettivista e pianificata in attuazione dei principi comunisti del grande timoniere Mao Zedong, e sostituita dalle riforme di Deng Xiaoping del 1978: il nuovo modello del “socialismo di mercato” teneva sì il controllo statale sulle aziende produttrici di ogni ordine e grado, dalla magliettistica più banale ai chip, dalla meccanica fine sempre più sofisticata fino ai razzi vettori interplanetari, ma apriva nel contempo (gradualmente) agli investimenti esteri. Nel corso degli anni, e ancora oggi, per investire in Cina serve un partner locale, ma la quota del capitale in mano all’investitore straniero, settore per settore, sta via via aumentando.Le riforme di Deng, a partire dall’avvio del sistema di “responsabilità familiare” che ha permesso agli agricoltori di vendere le eccedenze sul mercato stimolando la produttività, non sarebbero state però sufficienti per il travaso, sempre negli ultimi cinquant’anni, di 600 milioni di contadini in città nuove, modernissime, organizzate ed efficienti, con tutte le conseguenze positive del caso. Così, nel 1979 sono nate le Zone Economiche Speciali per attrarre capitali stranieri offrendo agevolazioni fiscali e normative flessibili. Città come Shenzhen sono diventate i primi motori di questo sviluppo. Ma soprattutto è stata decisiva l’apertura del 2001: l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ha consacrato la Cina come “fabbrica del mondo”, portando a un surplus commerciale record e ad una crescita che nei dieci anni successivi è sempre stata superiore al 10%. Nel 2006, oltre 400 delle società Fortune 500 erano entrate nel mercato cinese. Poi, come si diceva c’è stato un certo rallentamento, malgrado che la Cina fosse stata esente per una serie di fortunate circostanze dalla grande recessione del 2008. «È stato troppo brutale la trasformazione della Cina da un’economia rurale e isolata a una superpotenza globale», scrive Foreign Affairs. La rivalità con gli Usa è palpabile: particolare cura ha richiesto la redazione della voce “strategic stability” della 2026 National Defense Strategy lanciata da Donald Trump in primavera. La vicenda paradossale dei dazi sembra per il momento “in sonno” grazie al fatto che Pechino ha fatto la voce grossa minacciando di ritirare le forniture di terre rare (il 70% della produzione mondiale) quando il capo della Casa Bianca è andato in maggio in visita da Xi Jinping. Anche se ancora nega a Pechino il permesso di esportare alcuni (pochi) dei semiconduttori più strategici per l’Ia, il gap tecnologico è quasi chiuso. Anzi, sembra che nel proprio interno la Cina sia riuscita ad elaborare chip ancora più performanti di quelli di Anthropics o OpenAI al centro di una complessa partita a scacchi in queste settimane (io ti do un pezzo a te, tu mi dai un brevetto a me). Tecnologia a parte, restano aperti tanti terreni di competizione che richiedono una “special care” da Washington: la Cina produce per esempio il 54% dell’acciaio mondiale, dodici volte e mezza la produzione degli Stati Uniti” della 2026 National Defense Strategy.Un sottile equilibrio che basterebbe pochissimo per far saltare, anche militarmente: «Tutti pensano a Taiwan, che la Cina minaccia da anni di invadere militarmente, ma non sembra un’insidia attuale perché Pechino si rende conto che la reazione americana sarebbe devastante», commenta Stefano Silvestri, esperto di geopolitica, a lungo direttore dell’Istituto affari internazionali oltre che sottosegretario alla Difesa. «Più urgente è concentrarsi su quel che accade nel Mar Cinese Meridionale, dove i cinesi hanno costruito vere e proprie isole fortificate con tanto di aeroporto e base militare sui più sperduti scoglietti, suscitando paure e ire in tutta l’area, dal Vietnam alle Filippine. E poi la Cina sta operando, proprio come nel caso di Hormuz, per evitare che Indonesia, Malesia e Singapore impongano pedaggi sullo stretto di Malacca».Infine, la questione valutaria: «Pechino non rinuncia ai tentativi di imporre lo yuan, magari nella versione digitale, come moneta di scambio internazionale, e ha creato il Cips, un sistema di pagamenti alternativo allo Swift usato in tutto il mondo e basato sul dollaro», spiega Brunello Rosa, docente alla London School of Economics. «Tutto questo per sostenere l’internazionalizzazione della valuta cinese e i progetti legati alla Nuova Via della Seta». Ma la percentuale di scambi internazionali legati al dollaro è ancora del 67% (l’euro è a quota 19%) mentre quelli regolati in yuan non superano il 2%. È ancora lungo il cammino per una competizione davvero alla pari.
Cina: l’enigma che spiazza l’Occidente
Da economia rurale e isolata a seconda potenza mondiale. Una parabola trainata da un modello di sviluppo tanto efficace quanto ossimorico: il “socialismo di lib










