I saldi settoriali cinesi raccontano uno squilibrio che pesa anche sulle catene di valore europee. Il riequilibrio interno è un problema tecnico, non solo politico, e riguarda tutti

I problemi macroeconomici della Cina non sono — se mai lo sono stati — un fatto interno. Il rapporto del Fondo Monetario Internazionale sui saldi esterni del luglio 2025 rileva che circa due terzi dell’ampliamento dei saldi globali di parte corrente registrato nel 2024 è riconducibile alle principali economie, tra cui Cina, Stati Uniti e area euro, con squilibri esterni superiori a quanto giustificato dai fondamentali economici. Lo squilibrio cinese — surplus delle partite correnti al 2,3% del PIL nel 2024, stimato al 3,3% nel 2025, con un avanzo commerciale record di 1.200 miliardi di dollari — è il prodotto di una configurazione macroeconomica interna che genera una capacità produttiva strutturalmente superiore alla domanda domestica.

La novità del 2025-2026 è che la diagnosi trova ormai spazio anche nel dibattito ufficiale cinese. La Conferenza Centrale di Lavoro Economico del dicembre 2025 ha indicato il rilancio dei consumi come “prima priorità economica” per il 2026; Qiushi (求是) ha raccolto gli interventi di Xi Jinping sul tema dal 2015, definendo “l’espansione della domanda interna una mossa strategica”; Wang Changlin, vicedirettore della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, a gennaio 2026 ha riconosciuto che lo squilibrio “offerta forte, domanda debole” è “un problema prominente”; la bozza del 15° Piano Quinquennale 2026-2030 fissa per la prima volta l’obiettivo di un “aumento significativo della quota dei consumi delle famiglie sul PIL”. La questione, dunque, non è più soltanto se sia necessario un riequilibrio, ma quale debba essere la sua portata e, soprattutto, la sua composizione.