La Cina coltiva l’immagine di potenza pacifica, ma nelle principali crisi degli ultimi anni ha esercitato influenza attraverso tecnologia, componenti dual use, sostegno economico e alleati. Un ruolo meno visibile del coinvolgimento diretto, ma centrale negli equilibri strategici globali. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

C’è un luogo comune che attraversa trasversalmente il dibattito pubblico occidentale, dai salotti televisivi alle aule universitarie: la Cina come potenza economica, pragmatica, tutta commerci e infrastrutture, strutturalmente aliena alla logica della guerra. Un gigante che non spara un colpo dal 1979 — l’ultimo conflitto diretto, contro il Vietnam — e che avrebbe scelto la via del “soft power” mentre l’Occidente si dilania in interventi militari falliti. È un’immagine rassicurante, comoda, e per questo pericolosa: perché è vera solo a metà, e la metà mancante è quella che conta di più.

È vero che l’Esercito Popolare di Liberazione non ha combattuto direttamente una guerra su vasta scala da oltre quattro decenni. Ma “non aver combattuto” non equivale a “non essere stati coinvolti”. Nelle ultime due grandi crisi che hanno ridisegnato l’ordine internazionale — l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra Usa-Israele contro l’Iran del 2026 — la Cina è stata tutt’altro che spettatrice. Ha scelto, sistematicamente, la via del coinvolgimento indiretto: attraverso il supporto tecnologico, i trasferimenti dual-use, l’intelligence satellitare e, nel caso nordcoreano, un proxy che ha mandato uomini a morire al posto suo. È la stessa logica di sempre, applicata con gli strumenti del ventunesimo secolo: la guerra per procura, camuffata da neutralità commerciale.