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La Cina viene spesso descritta come una potenza che usa commercio, finanza e investimenti come strumenti di pressione geopolitica, estendendo la propria influenza ben oltre il piano strettamente economico. Dietro le acquisizioni nei porti, nella logistica, nell’energia e nelle telecomunicazioni c’è una strategia economica oppure una vera operazione di penetrazione strategica dello Stato cinese in Europa?
«Apparentemente molte operazioni di acquisizione sono state presentate, dagli attori cinesi, come diversificazione e investimenti - spiega a Il Tempo Paolo Costantini, generale della Guardia di Finanza in congedo ed esperto di intelligence Economica e Finanziaria - In realtà la strategia imperialista del Partito Comunista Cinese pianifica e giustifica acquisizioni cosiddette “strategiche” e di controllo con assoluta precisione e pianificazione di medio-lungo periodo. L’Europa, in questo, risulta perdente, perché non ha una strategia unitaria ne una visione a medio-lungo periodo. Strumenti come il Buy Europe sono soltanto tardive pezze calde verso un malato cronico».
Nel modello cinese esiste davvero distinzione tra imprese private, aziende di Stato e apparato di intelligence, oppure tutto risponde in ultima istanza agli interessi del Partito Comunista Cinese? Quanto pesa la National Intelligence Law del 2017 in questo sistema?














