La Cina non è un cliente ma un fornitore. Non è un mercato ma una fabbrica. Non è un partner ma un concorrente. Ve lo spiega qualsiasi imprenditore che abbia provato a misurarsi a quelle latitudini. Lo scrivevamo ieri su Libero. Vi mettevamo in guardia dai testimonial italiani del Celeste Impero; su tutti Romano Prodi. Che proprio ieri, neanche a farlo apposta, sul Messaggero spiegava come determinanti «diventano ora i nuovi rapporti con la Cina» e come tutti stiano correndo là «per porre rimedio alle conseguenze negative della politica di Trump». La Cina terra promessa, «un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri» canterebbe Eros Ramazzotti. Prodi riconosce che fino ad oggi coi negoziati fra Bruxelles e Pechino «non si è concluso nulla» e che è la Germania ad avere «le più rilevanti relazioni commerciali» col Dragone.
Risultati? «Indebolimento della capacità concorrenziale tedesca», «conquista dei mercati esteri della Cina che si rafforza ogni anno», deficit commerciale tedesco della Germania con la Cina quadruplicato in un anno e che «ha raggiunto gli 87 miliardi di euro». Insomma «uno squilibrio intollerabile» dice Prodi anche per la Germania e che non risparmia nessun settore: «Dalle automobili agli intermediari chimici, fino ai prodotti farmaceutici e ai beni strumentali più complessi». Come sia pensabile sulla base di questa analisi (auspicata da Prodi) immaginare un accordo con la Cina (auspicata dallo stesso Prodi nello stesso pezzo) è un esercizio che travolge la mia capacità di comprensione.







