Nel rap italiano, Tormento – cioè Massimiliano Cellamaro, cinquant’anni, nato a Reggio Calabria e cresciuto soprattutto nel Varesotto – è l’istituzione che esce ancora la sera, zero proseliti da santone e zero nostalgia per l’hip hop che fu. Merito, dice, di un figlio quindicenne «che mi ha “tradotto” la trap», ma anche di una nuova generazione che in lui riconosce un pioniere, soprattutto per aver portato il genere nel mainstream con i Sottotono, negli anni Novanta.

Apripista conclamato. Lo conferma il bel Sanremo 2025 con Shablo, Guè e Joshua in La mia parola, «una canzone fresca e con stile, la mia ennesima rinascita», che porterà in tour quest’estate e fa da ponte verso Antidoto, il nuovo EP appena uscito. Qui duetta con diverse nuove leve, come Sayf, che ai tempi dei suoi primi successi non era neanche nato. «Tra me e loro ci sono almeno cinque generazioni di artisti», sorride, ma senza drammi.E nessuna bacchettata, «abbiamo combattuto perché questa cultura fosse di tutti».

Ma un rovescio della medaglia, questo sì. «Il rap mi rapì perché era da inventare. Oggi è istituzionalizzato, è come voler diventare dei calciatori. Per carità, ben venga: qualsiasi cosa che permetta ai ragazzi di sfogare il disagio senza finire nelle droghe pesanti va bene. Ma prima nei gruppi c’erano chi faceva breakdance, chi musica, chi murales. Oggi, il social media manager, il videomaker, eccetera. Sono già professionisti. Un Tormento esordiente sceglierebbe il baile funk o un altro suono in divenire. Non il rap, che si è un po’ accomodato».