ROMA. Fabio Ciciliano, capo del dipartimento della Protezione Civile, nel giro di pochi giorni prima in Sardegna poi in Piemonte sono scoppiati incendi che hanno creato danni enormi e gravi difficoltà agli abitanti delle aree interessate. Qual è la situazione? «Era previsto che ci fosse un’ondata di caldo, non c’è nulla di cui stupirsi. La riduzione di acqua disponibile provoca poi un aumento di suscettibilità agli incendi, infatti abbiamo allungato la campagna di contrasto agli incendi boschivi di un mese. Quest’anno andrà dal 15 giugno al 15 ottobre». La siccità rende tutto più difficile, in particolare nel bacino del Po. Quest’anno il nord Italia sembra particolarmente esposto. Come intervenire? «Sì, la siccità rende tutto più difficile. In particolare, ad avere problemi è chi si trova a valle come l’Emilia Romagna o il Veneto. Non c’è nulla di nuovo, per l’acqua si facevano guerre in passato e a vincere era chi, a monte, la governava. Per l’acqua si torna a combattere ora che è di nuovo un bene di cui c’è scarsità e a essere favorito è sempre chi si trova a monte. La gestione migliore dell’acqua è una gestione condivisa, ci deve essere una solidarietà istituzionale».

Tra chi? «L’acqua passa attraverso le regioni. In una situazione di sovrabbondanza i problemi non si pongono. Se, invece, ce n’è poca e ci sono regioni che non la rilasciano come Piemonte o Lombardia, in Veneto e Emilia-Romagna si riduce la quantità che ne potrà arrivare». Quindi sarebbe necessario che regioni come Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia mostrassero un po’ di solidarietà in più nei confronti delle altre interessate dal bacino del Po? «A fine giugno c’è stata una cabina di regia per la gestione del fiume Po ma non si è trovata una soluzione comune. Però non esiste un’alternativa: l’acqua che cade in quantità sempre inferiori va conservata. Se c’è meno acqua e ci sono meno depositi, diventa necessario evitare sperperi, quindi, deve esserci una maggiore capacità di conservare l’acqua che arriva durante le piogge. È poi necessario migliorare la distribuzione dell’acqua. Per riuscire a fare tutto questo, diventa fondamentale la solidarietà istituzionale». Nel suo dossier sugli incendi boschivi e forestali l’Uncem ha chiesto un potenziamento della rete dei volontari. È d’accordo? «La gestione del territorio boschivo è di competenza esclusiva delle regioni. La Protezione civile concorre mettendo a disposizione gli aeromobili necessari per gestire eventuali necessità. Va, però, ricordato che gli incendi boschivi non si spengono con l’acqua durante l’incendio ma con la gestione ordinaria dei territori, prima che accada incendio». Proprio per questo motivo i territori non avrebbero bisogno di un maggior numero di persone per controllare quello che accade prima che scoppino gli incendi? «Per effetto della situazione climatica ci troviamo di fronte a una maggiore suscettibilità agli incendi: rispetto a venti o trenta anni fa, a parità di inneschi, oggi il numero di incendi è superiore. C’è necessità di un maggiore presidio del territorio con più operatori forestali, maggiori forze regionali, un numero più elevato di guardiaparchi. C’è bisogno di persone che gestiscano ordinariamente il territorio nei mesi non caldi per fare in modo che boschi e territori siano preparate a sopportare le stagioni estive». È la prevenzione di cui si parla sempre ma che manca sia da un punto di vista culturale che economico. «La migliore gestione di un’emergenza è un’emergenza che non si realizza». Giustissimo, ma per evitare che l’emergenza si realizzi è necessario investire risorse. L’Italia ha invece cancellato il miliardo previsto nelle prime versioni del Pnrr per gestire le emergenze incendi, ogni anno destina solo cinque milioni di euro per boschi e foreste e nella Finanziaria da tempo vengono stanziati 40 milioni di euro per la prevenzione, sempre la stessa cifra anche se ogni anno la situazione peggiora. «Bisognerebbe far capire ai decisori politici che spendere in prevenzione può sembrare un costo nel breve periodo ma nel lungo periodo è un risparmio. Purtroppo. invece, siccome le attività di prevenzione non fanno rumore e non creano nemmeno consenso, il politico di turno, a qualsiasi livello, è un po’ refrattario ad agire investendo nel futuro. C’è poi un’altra questione che andrebbe affrontata per migliorare la prevenzione». Quale? «L’Italia è il paese dei campanili, ci sono più di 8 mila comuni e sindaci ma abbiamo molti comuni in cui i segretari o gli uffici tecnici sono condivisi per motivi di pensionamento o di tagli. Questo non consente di espletare la gestione ordinaria dei territori per tute le attività necessarie, e quindi anche la gestione incendi risulta penalizzata. Forse va ripensato il sistema, i comuni devono trovare il modo di unirsi, bisogna sviluppare modelli di supporto orizzontale per fare in modo che gli assetti amministrativi possano funzionare».