Se un uomo uccide una donna si tratta sempre di femminicidio? Per la procura di Ancona no. O meglio, non è sempre scontata la contestazione del nuovo reato. Di certo non lo è stata nel caso di Luigia Fortunato, mamma di 33 anni uccisa giovedì a Loreto dall’ex compagno Sami Khemaies.
I due erano da tempo separati in casa, avevano deciso di continuare a vivere insieme per non turbare il figlio di 8 anni. Giovedì sera, poco dopo che il bimbo era stato portato via dalla nonna, l’ultima lite. Fatale. Dopo averla accoltellata, con ancora addosso i vestiti macchiati di sangue, Khemaies si è presentato in caserma per costituirsi.
Per lui, il pm Rosario Lionello ha disposto il fermo per omicidio volontario aggravato perché, ha spiegato, «ad oggi non ci sono gli elementi per contestazioni ulteriori, se dovessero emergerne di nuovi integreremo l’accusa. Dobbiamo ascoltare parenti, amici e le persone più vicine alla vittima». Provare un reato di femminicidio in aula non è semplice: la nuova norma punisce l’omicidio di «una donna in quanto tale», che sia oggetto di odio costante, reiterato, di continue violazioni, intimidazioni o limitazioni della propria libertà. «Allo stato attuale questo quadro non emerge», ha affermato il pm, spiegando come non siano emerse «precedenti denunce, segnalazioni o accessi al pronto soccorso».










