Il dibattito sui salari italiani si arricchisce dei dati del XXV Rapporto Inps: oltre alle difficoltà delle retribuzioni lorde, emerge il ruolo decisivo degli interventi fiscali nel recupero del potere d’acquisto dei redditi medio-bassi. Il Rapporto fotografa anche la reale dimensione dei cosiddetti contratti pirata, marginali rispetto ai grandi Ccnl. La lettura di Cazzola

Nei giorni scorsi i media si sono precipitati a diffondere le statistiche dell’Employment Outlook del primo trimestre del 2026, a cura dell’Ocse, dalle quali risulta che i salari reali in Italia rimangono ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Si tratta del “divario più ampio tra le grandi economie della zona Ocse”, dove, invece, si registra un aumento medio del 4,9%.

Nel periodo post-Covid (cioè dal 2021), il calo massimo dei salari reali in Italia ha raggiunto l’11%, uno dei dati peggiori dell’area, a fronte di una media Ocse del -6,5%.

Il tema dei salari bassi rappresenta una delle critiche più ricorrenti che le opposizioni del cosiddetto Campo largo rivolgono al governo, senza chiarire come sarebbe stato possibile invertire una tendenza che affonda le proprie radici nel passato. Tanto più che la stessa Ocse indica nel rapporto le principali cause di un recupero ancora insufficiente: oltre all’inflazione, i limitati rinnovi dei contratti collettivi e il rallentamento in corso del mercato del lavoro.