«Tra i ricordi ce n’è uno che rievoco con stupore: l’incontro con Susanna Agnelli. In ballo c’era la possibilità di diventare direttore scientifico della Fondazione Telethon, una prospettiva importante. Mi guardò e per mettermi a mio agio disse: “Lei ha proprio la faccia del ricercatore”. Poi aggiunse: “Lei vuole tornare in Italia, ma i miei figli stanno in America”. Oggi interpreto quelle parole come un invito a non tornare».La storia di Salvatore Alesci, classe 1973, non nasce tra Washington, Tokyo e Philadelphia. Comincia a Milazzo, dove è nato, ma affonda le sue radici a Barcellona Pozzo di Gotto, dove è cresciuto. Dentro c’è qualcosa di profondamente personale: una passione autentica e un’eredità familiare rimasta sospesa tra desiderio e destino. Il medico e ricercatore, che negli anni ha attraversato Università, Centri di ricerca e alcune delle più importanti realtà farmaceutiche internazionali, si è laureato in Medicina a Messina con il massimo dei voti, per poi conseguire un dottorato in Scienze endocrinologiche.Il primo vero passo verso gli Stati Uniti arrivò grazie alla borsa di studio della Fondazione Bonino-Pulejo. Quella borsa non rappresentò soltanto un sostegno economico, ma un investimento concreto sul talento di un siciliano ambizioso. Una possibilità che avrebbe cambiato il corso della sua vita professionale. A quella prima esperienza sarebbero seguiti quasi dieci anni tra i “National Institutes of Health di Bethesda” e la “Georgetown University”, e poi una lunga carriera dirigenziale nelle grandi aziende farmaceutiche.«Nella mia scelta ha avuto un peso importante anche mio padre», confessa Salvatore. Suo padre Nino, professore di matematica e fisica a Barcellona Pozzo di Gotto, aveva coltivato per tutta la vita un sogno mai realizzato: indossare il camice bianco. Quella aspirazione indicò al figlio una direzione, ma la Medicina divenne presto una passione sua. Gli anni all’Università di Messina furono per Salvatore Alesci una prova di resistenza.«Eravamo partiti in 300. Alla fine ci siamo laureati in venti. Io in cinque anni e mezzo». Era il periodo della “Tabella 18”, un sistema rigido fatto di propedeuticità severe e selezione continua. «Lo definisco un sistema brutale, ma formativo». Proprio in quegli anni arrivò uno degli incontri più importanti della sua vita professionale: quello con Salvatore Benvenga. «Il professor Benvenga mi insegnò a trasformare la curiosità in ricerca». Da quel momento nacque il primo vero contatto con la ricerca scientifica: una tesi sulla tiroidite di Hashimoto e, soprattutto, la consapevolezza che la Medicina potesse diventare anche scoperta.La svolta arrivò poco dopo con la borsa: «Sono profondamente grato alla fondazione Bonino-Pulejo per quell’investimento sul mio futuro – dice con entusiasmo –. Era il 1998. Fu un biglietto vincente per un avvenire ancora tutto da costruire. Pensavo: faccio questa esperienza e poi torno in Italia. E oggi mi ritrovo invece a raccontare i miei anni fuori». Grazie a quella borsa entrò come “adjunct scientist” nel laboratorio del prof. George P. Chrousos, lavorando a un progetto di ricerca focalizzato sulla carnitina e sui suoi effetti endocrini e immunologici. Doveva essere una parentesi di 6 mesi. Divenne un anno grazie ad altri fondi stanziati da Sigma-Tau. E quell’anno cambiò tutto.A quell’esperienza seguì una “fellowship” in Reumatologia, Immunologia ed Allergologia alla “Georgetown University”, prima del ritorno ai “NIH”. «Messina mi aveva dato una preparazione clinica fortissima. Quello che non poteva offrirmi era la ricerca di base ad altissimi livelli». Arrivarono il dottorato e anni di lavoro intenso. «A pensarci bene, per tante notti non ho dormito...», ricorda con un sorriso. Nonostante l’esperienza internazionale, il progetto iniziale rimase a lungo quello di tornare in patria. Poi arrivò il momento decisivo.Negli Stati Uniti gli venne offerta una posizione come “staff scientist” ai “NIH”; in Italia, invece, soltanto un assegno di ricerca. «Una storia, ahinoi, comune. A quel punto mi sono sentito quasi offeso». Cominciò così una nuova fase. Entrò nell’industria farmaceutica, passando da “Wyeth” a “Pfizer”, “Merck” e “Takeda”. La scelta nacque da una domanda semplice: «Mi sono chiesto: se la ricerca resta solo ricerca, chi aiuta davvero?».Da quel momento prese forma il suo interesse per la Medicina traslazionale: trasformare una scoperta scientifica in una terapia concreta. Negli anni arrivarono incarichi internazionali e incontri con alcune delle figure più influenti del settore. Ma dietro i successi rimasero anche i sacrifici personali.«Per i primi 3 anni non avevo una macchina. D’inverno, con temperature rigidissime, andavo a fare la spesa a piedi e poi camminavo per 20 o 30 minuti con le buste per tornare a casa». Negli ultimi anni Salvatore Alesci ha intuito, molto prima che diventasse un tema centrale, il potenziale rivoluzionario dell’Intelligenza artificiale nella ricerca farmaceutica. Oggi continua a lavorare tra ricerca e nuove tecnologie, ricoprendo ruoli di “chief scientific officer”, “chief medical officer” e “advisor” per realtà emergenti.Guardando indietro c’è una frase che riassume meglio il senso del suo percorso: «Le scorciatoie sono poche. Il lavoro e la perseveranza sono l’eredità che ho ricevuto dai miei genitori, Nino e Marisa, entrambi insegnanti, e che oggi cerco di trasmettere ai miei figli, che considero la pagina più bella della mia vita».
Una borsa della Bonino-Pulejo, un biglietto di sola andata: la storia di Salvatore Alesci, da Messina alle multinazionali del farmaco
Quella borsa non rappresentò soltanto un sostegno economico, ma un investimento concreto sul talento di un siciliano ambizioso. Una possibilità che avrebbe cambiato il corso della sua vita professionale.








