Seguire il denaro, oggi, non porta più nei paradisi fiscali o nei circuiti opachi della finanza canaglia, conduce invece in luoghi regolamentati, persino noiosi: gli uffici dei grandi gestori patrimoniali. BlackRock, Vanguard e State Street amministrano insieme oltre venti trilioni di dollari, una cifra, tanto per capire, superiore al Pil combinato di Cina e Giappone. E dove è investito questo oceano di risparmio globale? In larga parte negli stessi cinque o sei titoli: Apple, Microsoft, Nvidia, Alphabet, Amazon, Meta. I “Grandi” della finanza passiva, dunque, figurano tra i primi azionisti di ciascuna di queste società — e, contemporaneamente, delle loro concorrenti, dei loro fornitori, delle banche che le finanziano e dei media che le raccontano.
È questa la nuova architettura del potere economico: non un cartello nel senso classico, non un complotto, ma qualcosa di più sottile e per certi versi più inquietante — un’interdipendenza strutturale in cui il capitale finanziario e quello tecnologico si sono fusi in un unico organismo circolare che opera a livello globale.
I fondi indicizzati comprano automaticamente ciò che è grande; ciò che viene comprato diventa più grande; ciò che diventa più grande pesa di più negli indici, e quindi viene comprato ancora. La concentrazione genera concentrazione, senza che nessuno debba decidere nulla. Gli economisti la chiamano “proprietà comune orizzontale”; potremmo chiamarla, più semplicemente, la fine della concorrenza per via algoritmica.








