Nel frattempo, Giuseppe Conte non arretra rispetto alle parole pronunciate sul palco partenopeo. "Non penso che la minaccia numero uno per gli italiani sia la volontà della Russia di invaderci", aveva scritto su X, indicando come priorità reali il crollo dei salari rispetto al 2021, i costi energetici, l'aumento della cassa integrazione e il record di persone in povertà assoluta. La replica dei riformisti Pd non si è fatta attendere: l'eurodeputato Giorgio Gori ha avvertito che "il sostegno all'Ucraina non è un punto negoziabile", mentre il senatore di Italia viva Enrico Borghi ha parlato del rischio che "la sinistra pura e dura" finisca per "spianare la strada alla Meloni al Quirinale".A "il Piccolo", il senatore Pd Filippo Sensi ha attribuito il flop napoletano al formato stesso dell'alleanza: "Il flop di Napoli è figlio della foto a quattro nella birreria romana", ha detto, criticando un modello "da consiglio di amministrazione ristretto" tra Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, con l’assenza del campo riformista. Sensi ha messo in guardia dal rischio di una "sostituzione etnica" della figura di Renzi con sigle centriste minori, e ha avvertito che, se il campo venisse ulteriormente destrutturato, rischierebbe di trasformarsi in quella che ha definito "una coalizione ghanese": Cinquestelle, Avs, Lega e Vannacci insieme, "con cui il Pd non ha nulla a che spartire".Sul fronte della sicurezza, a "la Repubblica", l'ex ministro Pd Graziano Delrio ha definito "fattualmente non vera" l'affermazione di Conte secondo cui la Russia non sarebbe una minaccia, citando l'espulsione dall'Italia di due addetti militari russi accusati di spionaggio. Richiamando un discorso di Aldo Moro del 1965, Delrio ha chiesto al campo largo di scegliere "un pacifismo pragmatico" invece che "idealista", e ha definito l'evento di Napoli "un evento gestito da pochi", su cui il partito non ha mai discusso collettivamente. La sintesi tra le diverse anime della coalizione resta il nodo da sciogliere prima di qualunque nuova piazza.