La maschera è definitivamente caduta. A toglierla non è stato un avversario, ma Marco Travaglio, che ha avuto il merito della chiarezza: «Se (…) il premier sarà [Giuseppe] Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo cambierà qualcosa», ha scritto il direttore del Fatto Quotidiano. Facile traduzione: un governo guidato dal leader del Movimento 5 Stelle straccerebbe, come si usa dire adesso nel partito unico Pd-M5s-Avs, gli impegni assunti dall’Italia e dall’Europa sul rafforzamento della difesa comune.
Un manifesto politico. E anche il primo slogan della campagna elettorale, comprese le eventuali primarie del campo largo: se siete contro il riarmo, votate Conte. E diffidate di Elly Schlein. Che come al solito non reagisce, pur essendo uscita dalla farsa di Napoli molto contrariata – almeno lo hanno fatto scrivere a Dagospia. La virata putinista è stata ieri confermata dallo stesso Conte, ormai vertice del pentagono moscovita che comprende Alessandro Di Battista, Avs, Matteo Salvini e Roberto Vannacci (il senatore dem Filippo Sensi ha suggerito un nome: «Alleanza Fronte Disarmo. O solo le iniziali, se preferite»).
Era inevitabile che questo posizionamento del «campo Lavrov» (copyright Pina Picierno) determinasse una reazione contraria. Non certo del Pd, ormai silente in ogni sua componente, tranne i riformisti: d’altronde sembra che nessuno abbia il coraggio di mettersi contro la segretaria che tra non molto farà le liste elettorali, nemmeno di dire una parola sulle uscite di Conte.














