Lo dico subito, perché chi scrive di queste cose dovrebbe avere il coraggio di partire da sé: sono stato un nominato. Alla Camera sono arrivato da una posizione di lista abbastanza blindata, e conosco perciò, dall’interno, il potenziale di una selezione affidata al partito. Poi sono sceso sulla terra: mi sono candidato al Consiglio regionale e mi sono misurato con la durezza delle preferenze. Le ho ottenute, in numero che non avrei immaginato con una campagna elettorale di 44 giorni. È da questa doppia esperienza — non da una tesi di scuola — che provo a ragionare sulla riforma elettorale di cui si discute in questi giorni.
La domanda che attraversa il dibattito sembra semplice: scegliere i propri rappresentanti migliora la qualità della democrazia, o rischia di ridurla a un mercimonio? In realtà è complicatissima, piena di sfumature che la banalizzazione tribale del confronto politico tende a schiacciare. Per questo non solleticherò la pancia di nessuno con un po’ di populismo a buon mercato. Provo, invece, a dire una cosa scomoda.
Il punto non sono le preferenze. Il punto sono i partiti. La vera domanda è se siano ancora capaci di essere aperti, meritocratici, di premiare la militanza più della fedeltà al capo di turno.













