Negli ultimi anni qualcosa è cambiato nel modo in cui i marchi italiani del benessere si presentano al pubblico. Per decenni l'industria del wellness ha lavorato a colpi di campagne televisive, testimonial famosi, spot in prima serata e ondate di contenuti sui social. Oggi, sempre più, i risultati di crescita più solidi sembrano arrivare dalla direzione opposta. Da marchi che parlano meno, che pubblicizzano meno, che si fanno trovare attraverso reti di clienti fedeli e raccomandazioni personali. È il fenomeno dei cosiddetti quiet brands. E in Italia ha basi culturali più profonde di quanto sembri.
Una vecchia tradizione italiana: chi sa di valere non grida
La logica della discrezione non è una novità in Italia. La moda artigianale di Brunello Cucinelli e Loro Piana, i profumi di Acqua di Parma, i prodotti storici di Santa Maria Novella sono cresciuti per decenni esattamente così: con poca pubblicità, molta riconoscibilità, una rete di clienti che si parlano e una qualità che si lascia raccontare lentamente.
Il quiet luxury, di cui da qualche anno parlano i grandi studi internazionali come il rapporto Bain-Altagamma sul mercato dei beni di lusso, non è altro che la formalizzazione contemporanea di una sensibilità tipicamente italiana. Chi sa di valere, in genere, non grida.








