Andrea Fodale

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Non è una misura che farà rumore. Non promette miracoli in busta paga, non distribuisce bonus, non produce slogan buoni per i comizi. Eppure, dal primo luglio, è entrata in vigore l’unica riforma strutturale positiva di questa legislatura. Il conferimento automatico del Tfr dei nuovi assunti alla previdenza complementare, salvo rinuncia esplicita entro 60 giorni. Può sembrare materia tecnica, da addetti ai lavori. Non lo è. Il Tfr è salario differito che per decenni è rimasto, nella maggioranza dei casi, fermo dentro le aziende o trasferito al Fondo di Tesoreria dell’Inps. Ora, per i neoassunti del settore privato, la logica si rovescia. L’adesione al fondo pensione diventa la regola, la rinuncia l’eccezione. Va riconosciuto con chiarezza che questa riforma va nella direzione giusta. Proprio per questo merita di essere difesa anche da chi ha un giudizio negativo sull’operato del governo Meloni. Il punto non è soltanto previdenziale. È culturale. Per troppo tempo l’Italia ha trattato la pensione come una promessa pubblica, scaricando sulle generazioni future il costo dell’invecchiamento demografico.

Il sistema olandese

Un riferimento utile, senza immaginare facili trapianti, viene dai Paesi Bassi. Il sistema olandese si regge su tre pilastri integrati. Una pensione pubblica di base, fondi pensione occupazionali a capitalizzazione e forme integrative volontarie. La parte più rilevante è proprio quella dei fondi, che investono nel tempo i contributi previdenziali e hanno costruito un patrimonio molto superiore a quello degli altri grandi Paesi europei. Non è un modello che si può copiare dall’oggi al domani. L’Olanda lo ha costruito in decenni, dentro un’economia, un mercato del lavoro e un sistema istituzionale diversi dai nostri. Ma indica una direzione precisa. Affiancare al pilastro pubblico un secondo pilastro più robusto, capace di accumulare risparmio previdenziale, investirlo nel lungo periodo e ridurre gradualmente la pressione sulle finanze pubbliche.