Dal 1 luglio i nuovi assunti avranno solo sessanta giorni per scegliere la destinazione del proprio Tfr (trattamento di fine rapporto), senza una scelta la somma andrà automaticamente ad un fondo pensione.
Non si parlava del tema da vent’anni, precisamente da quando il governo Prodi ha approvato la più completa disciplina del settore, il decreto legislativo n. 252/2005 sulla previdenza complementare, che per l’appunto la legge finanziaria del governo Meloni (approvata a dicembre scorso) ha modificato: il meccanismo di silenzio-assenso c’era già ma adesso la tempistica viene ulteriormente accorciata: due mesi invece di sei.
Il Tfr è un ammontare che cresce al ritmo di circa il corrispettivo di una mensilità ogni singolo anno, la logica sarebbe che una parte di salario viene bloccata ed aspetta pazientemente la cessazione della fine del rapporto in modo che il lavoratore abbia una somma per far fronte ai bisogni dopo aver lasciato il lavoro – si parla quindi di salario differito.
Fino al 2005 lo teneva l’azienda e poteva usarlo come una forma di autofinanziamento, serbando l’obbligo di restituirlo al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
L’idea centrale è che tale somma possa essere investita in attività finanziarie realizzando un profitto di cui il lavoratore godrà. Dal 1992 ad oggi c’è stato un favore crescente verso tale prospettiva. A livello internazionale i paesi anglosassoni sono all’avanguardia di tale processo, ma la Banca Mondiale in suo studio del 1994, Averting the Old Age Crisis, proponeva di affiancare alla previdenza normale una quota ricavata dal profitto finanziario, visto come necessaria compensazione di pensioni troppo basse.








