La riforma del reclutamento universitario della ministra Anna Maria Bernini va discussa senza pregiudizi. Bernini conosce l’università non solo come esponente politico, ma anche come docente dell’Università di Bologna, e ha individuato alcuni nodi reali del reclutamento accademico.
La riforma abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale, attribuisce maggiore responsabilità agli atenei, mantiene commissioni con una forte componente esterna, introduce una prova didattica nei concorsi per l’accesso alla docenza e prevede una valutazione dei neoassunti da parte dell’Anvur dopo tre anni. L’obiettivo dichiarato è ridurre la burocrazia, responsabilizzare le università e contrastare il localismo.
Entrato all’università come studente nel 1971, ne sono uscito nel 2021 come prof. ordinario, per rientrarvi nel 2025 come prof. emerito: più di cinquant’anni di vita accademica. Ho visto susseguirsi innumerevoli riforme, tutte accomunate dall’obiettivo di migliorare il sistema. Se l’università continua a essere riformata, ovviamente i risultati non hanno soddisfatto le aspettative.
Però… se i nostri laureati trovano facilmente lavoro all’estero, significa che la loro preparazione è adeguata. Se molti dei migliori se ne vanno, significa invece che il sistema Paese non è capace di valorizzare il capitale umano che forma. Questo, per me, resta il problema numero uno, e la riforma non lo affronta, affrontando il problema numero due: il localismo.












