Dopo sette mesi la contro- riforma Bernini dei concorsi universitari è diventata legge: la Camera l’ha approvata con 122 sì, 70 no e 3 astenuti. Il testo ricalca quello licenziato dal Senato il 9 dicembre scorso ed è stato accompagnato da dure polemiche contro il rafforzamento della cooptazione personale e locale e il sistema «pubblica o muori» che contraddistingue la ricerca scientifica sin dal 2010 quando fu imposta la «riforma» Gelmini, mentre le piazze insorgevano e le università erano percorse da un imponente movimento di opposizione che abbiamo raccontato su Il Manifesto.
RISPETTO A SEDICI ANNI FA l’intervento targato Bernini fa marcia indietro sull’Abilitazione scientifica nazionale (Asn). Allora fu presentata come il sistema che avrebbe proiettato l’università italiana verso il futuro. Oggi è stata abolita perché ha prodotto oltre 2.500 ricorsi tra Tar e Consiglio di Stato dal 2013 al 2024, contro appena 45 per le chiamate dei professori e 179 per i ricercatori. Volevano fare come in Francia o in Germania, dove l’abilitazione all’insegnamento ha ancora qualche ragione per essere considerata una cosa seria. In Italia è diventata la testimonianza dell’impossibilità di accedere al lavoro della ricerca con un ragionevole sentimento di giustizia. Dal 2012 si sono abilitati 71 mila aspiranti professori, ma meno di 40 mila hanno ottenuto una cattedra, escludendo il 41,3% degli idonei (oltre 31mila persone).













