La riforma del reclutamento universitario in discussione alla camera introduce preoccupanti novità in tema di procedure concorsuali, eliminando l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), titolo fin qui necessario per la fuoriuscita dalla precarietà. La ratio, come esplicitato nella relazione illustrativa della riforma, è spegnere l’aspettativa di immissione in ruolo (che la stessa relazione di fatto riconosce come legittima) di decine di migliaia di precari/e storici/che che negli anni hanno ottenuto l’Asn. Ma non con un piano straordinario di reclutamento, bensì neutralizzando il titolo stesso. La riforma conferisce pieni poteri alle commissioni locali restaurando i feudi baronali che l’Asn, introdotta da Gelmini nel 2010, avrebbe dovuto abbattere.

Ma la riforma del reclutamento è soltanto l’ultimo provvedimento in ordine di tempo di quello che sembra un vero e proprio piano di smantellamento e riconversione bellica dell’Università pubblica. La Legge di Bilancio 2026 ha ulteriormente definanziato il comparto, tagliando nell’ultimo triennio 1,2 miliardi di euro. Cumulativamente, dal 2008 in poi, al settore mancano all’appello oltre 16 miliardi. A essere sacrificati/e sull’altare della neoliberalizzazione sono assegnisti/e e ricercatori/trici (aumentati/e nel periodo 2008-2024 da 12mila a oltre 36mila, grazie anche alla bolla Pnrr): nel solo 2025 ne sono stati/e espulsi/e quasi 10mila.