Il disegno di legge sul reclutamento universitario, presentato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, interviene sul modo in cui le università reclutano professori ordinari, professori associati e ricercatori universitari. Il provvedimento, approvato dal Senato, è ora all’esame della Camera (A.C. 2735).

Per i professori associati e ordinari, oggi il sistema funziona in due passaggi. Prima c’è l’Abilitazione scientifica nazionale (ASN), cioè una procedura nazionale con cui una commissione verifica se il candidato possiede una qualificazione scientifica sufficiente per aspirare al ruolo. Questa qualificazione è valutata sulla base del curriculum, delle pubblicazioni scientifiche, della qualità e continuità dell’attività di ricerca e degli altri titoli rilevanti nel settore di riferimento, come partecipazione a progetti di ricerca, incarichi scientifici, relazioni a convegni e altro. L’abilitazione, pertanto, serve come requisito per partecipare, poi, ai concorsi banditi dalle singole università.

La riforma elimina la valutazione nazionale affidata alle commissioni dell’ASN. Un decreto ministeriale - su proposta dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, l’ANVUR, sentito il Consiglio universitario nazionale, il CUN - definirà requisiti minimi di produttività e qualificazione scientifica, tenendo conto dell’attività di didattica e ricerca, della partecipazione a progetti finanziati e degli indicatori minimi relativi ai prodotti della ricerca. I candidati dichiareranno il possesso di questi requisiti su una piattaforma telematica del Ministero; poi parteciperanno direttamente alle procedure bandite dai singoli atenei. In queste procedure è prevista anche una prova didattica su un tema individuato dalla commissione, oltre alla discussione delle pubblicazioni scientifiche e delle esperienze didattiche. In parole semplici: oggi c’è prima una valutazione nazionale, l’ASN, in ordine alla qualificazione scientifica del candidato; solo dopo il candidato può partecipare alle procedure bandite dai singoli atenei. Con la riforma, invece, la valutazione nazionale viene eliminata: il candidato dichiara il possesso dei requisiti minimi e l’esame decisivo avviene direttamente nella procedura dell’università che mette a disposizione il posto.