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La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha presentato un disegno di legge per modificare le modalità di accesso, valutazione e reclutamento dei ricercatori e dei docenti all’università, allo scopo dichiarato di affrontare l’eccesso di candidati abilitati e i casi di nepotismo. La proposta però ha già ricevuto molte critiche: da parte di associazioni e movimenti dell’ambiente universitario, da alcuni sindacati e da 140 società scientifiche che rappresentano migliaia di docenti universitari e ricercatori. Sostengono che otterrà l’effetto contrario rispetto alle intenzioni.

Dicono che favorirà i poteri delle singole università e i concorsi su misura, cioè pensati per far vincere un certo candidato. Altre analisi più clementi sostengono che le premesse da cui muove la riforma siano corrette, ma che non lo siano le soluzioni individuate. E il testo è giudicato troppo vago e poco trasparente, perché rimanda a un secondo momento questioni che andrebbero definite in modo chiaro fin da subito.

Le irregolarità, gli illeciti o più in generale le anomalie con cui si svolgono i bandi universitari in Italia non sono una questione nuova. Di recente se ne è parlato per il caso del concorso da professore all’università di Verona vinto dal figlio dell’ex rettore (concorso poi annullato) e per un intervento molto duro che, a partire da quel caso, aveva fatto in parlamento il sena­tore del PD Andrea Cri­santi, micro­bio­logo e docente uni­ver­si­ta­rio che lavora proprio sulla trasparenza dei bandi universitari.