Sessant’anni di viaggi interstellari. A sei decenni dal debutto sul piccolo schermo, Star Trek continua a parlare al presente perché, prima ancora di raccontare il futuro, ha immaginato un’umanità capace di superare differenze e conflitti. "Ho impiegato anni a comprenderlo, ma è molto semplice", spiega Nicholas Meyer, 80 anni, all’Italian Global Series, il festival dedicato alle serie tv che si snoda tra Rimini e Riccione. Al cinema ha diretto lo storico secondo capitolo della saga nel 1982, L’ira di Khan, e il sesto capitolo, Rotta verso l’ignoto, nove anni dopo. "Star Trek racconta di uomini e donne, bianchi e neri, russi e americani, che decidono di mettersi insieme per compiere il bene comune. Questo è il motivo per cui, ancora oggi, piace così tanto". E in un’epoca segnata dalla Guerra fredda, la visione di Gene Roddenberry era rivoluzionaria. Oggi, mentre il mondo torna a fare i conti con conflitti e polarizzazioni, il messaggio di Star Trek e delle missioni dell’Enterprise conserva tutta la sua attualità, perché "il futuro migliore nasce dalla capacità di riconoscersi nell’altro".

Nicholas Meyer, quando ha accettato di dirigere Star Trek, cosa l’ha convinta ad avvicinarsi a un universo che non conosceva?