PORDENONE - Pugni, morsi, cinghiate e botte a colpi di scopa. La vita tormentata di una ragazzina di tredici anni è stata scoperta grazie alle confidenze fatte a un insegnante e alla dirigente dell’istituto comprensivo frequentato dalla minore. A picchiarla era la madre, una donna maghrebina di 42 anni che da un anno ha il divieto di avvicinamento alla figlia disposto dal gip di Pordenone e confermato dal Tribunale del Riesame di Trieste, che ha condiviso anche la decisione di applicare all’imputata il braccialetto elettronico. Ieri la donna ha affrontato il processo per maltrattamenti e lesioni personali aggravate. Le sono stati contestati quasi sei anni di violenze domestiche. Difesa dall’avvocato Massimo Tomè, è stata giudicata con rito abbreviato dal gup Beatrice Arnosti (pm Enrico Pezzi). Escluso che la vicenda potesse rientrare in un caso di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, la donna è stata condannata a 2 anni e 8 mesi di reclusione (pena scontata di un terzo per effetto dell rito scelto). Confermata la misura cautelare del divieto di avvicinamento con l’obbligo di braccialetto elettronico. La difesa, valutate le motivazioni della sentenza, farà appello.

Le violenze Il caso è stato scoperto nel giugno 2025, dopo che la minore si è sfogata con le insegnanti. Aveva mostrato i segni lasciati dai morsi e i lividi che testimoniavano i colpi inferti con una cintura, usata come se fosse una frusta. Erano anni che subiva percosse, tanto da essere convinta che fosse normale e che sarebbe andata avanti così tutta la vita. Se la mamma non era arrabbiata, si stupiva. La prostrazione e la rassegnazione erano tali, che non reagiva, anzi, aveva cominciato a procurarsi ferite sulle braccia con un temperino. Gesti di autolesionismo che la scuola ha scoperto e denunciato facendo scattare il provvedimento ottenuto dalla Procura di Pordenone per tutelare la minore. Pugni sulla testa, schiaffi e minacce alla moglie, cittadino marocchino arrestato. Le impediva anche di trovare un lavoro e di andare a trovare la figliaLe accuse La madre era accusata di picchiare sistematicamente la figlia. Botte con la scopa, così forti da farle mancare il respiro. Bastava far cadere il vasetto di vetro dello zucchero o rispondere alla telefonata di un’amica dicendo che «c’è mia mamma vicino» per innescare l’ira della donna, sempre sospettosa e sgarbata, che quando usava la cintura per picchiare la minore non si fermava nemmeno se la figlia piangeva dal dolore. Una sera, rientrata dal lavoro e trovata la porta dell’alloggio chiusa, ha cominciato a battere sulla porta. La figlia si era addormentata e ha tardato ad aprire: l’ha punita con un morso sulla schiena. La insultava per il modo di vestire, dandole della poco di buono, come il giorno in cui rientrò da una manifestazione sportiva, a cui aveva partecipato con la scuola, indossando una maglietta e i leggings. Oltre a impedirle di vestirsi come desiderava, le impediva di uscire da sola e la costringeva a cambiarsi. Quando ha scoperto che la figlia aveva dei segni sulle braccia, procurati con il temperino, ha chiesto spiegazioni. «Mi sono tagliata con la porta della scuola», si è giustificata la ragazzina scatenando l’ennesima reazione violenta della madre, che la prese per i capelli e cominciò a picchiarla urlando che non era vero.