Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha invitato ministri di 60 paesi a un summit dedicato alla «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice “anti-Antifa”, che sarebbe stato convocato per coordinare una risposta globale a un fenomeno che insiste soprattutto nei comunicati della Casa bianca di Donald Trump.
L’idea di un simile vertice avrebbe, secondo il Washington Post, «suscitato costernazione fra diplomatici americani, analisti indipendenti e alleati europei» che non sottoscrivono la narrazione Maga.
Quello della quinta colonna è un teorema cui il governo di Donald Trump lavora da tempo. Con i discorsi del 3 e 4 luglio, Trump ha elevato la «minaccia comunista» al paese a dispositivo retorico-politico principale in termini che si rifanno alla psicosi maccartista degli anni ’50.
Lo scorso 22 settembre il presidente aveva firmato un ordine esecutivo (NSPM-7) col quale “Antifa” era stata inserita nella lista dei gruppi «anti americani, anti cristiani e anti capitalisti». Malgrado non esista alcuna organizzazione formale con questo nome, la designazione come «organizzazione terrorista domestica» ha di fatto decretato l’antifascismo un «nemico interno».
CONTEMPORANEAMENTE le condanne di nove attivisti anti Ice in Texas a sentenze tra i 30 e 100 anni di reclusione e il rinvio a giudizio di quindici attivisti anti-remigrazione a Minneapolis segnalano una nuova operatività nella repressione del dissenso antifascista, in cui contestazione o atti di «vandalismo» come scritte sui muri sono equiparate a «terrorismo».










