Mancinelli
La couture, per Piccioli, non comincia dal disegno, ma da un’equazione umana. Racconta di avere avuto bisogno di sapere chi fossero le persone dell’atelier, che cosa facessero, quale esperienza portassero, quale passione, quale modo di lavorare. Balenciaga, dice Piccioli, è una casa nata con la couture. Ma lui non voleva cadere nella trappola più comoda: tornare alle origini, omaggiare Cristóbal, lucidare il sarcofago. Voleva trovare il proprio linguaggio dentro una casa che, secondo lui, ha inventato il modo moderno di conoscere la moda. Qui la genealogia non è ornamento. È metodo. "Un couturier deve essere architetto nel disegno, scultore nella forma, pittore nel colore, musicista nell’armonia e filosofo nella misura", diceva il maestro spagnolo.
Il cortile della Cité Universitaire è assolatissimo. La bellezza acceca? Quella di Piccioli, al debutto couture per Balenciaga, abbaglia con metodo. E comincia l’algebra poetica. Un cappotto nasce da uno scan del corpo della modella. Il corpo viene trasformato in calco, il calco in manichino, il manichino in territorio sartoriale. La pelle viene bagnata, stirata, lasciata asciugare per una notte, poi lavorata punto per punto. Sopra, il cashmere. Sotto, una struttura nascosta. Il risultato desiderato non è una corazza rigida, ma un oggetto morbido, indossabile. Se una cliente vorrà quel capo, verrà scannerizzato il suo corpo. Il manichino non imita la cliente, coincide con lei. Questa è couture nel suo stato più perversamente esatto: il corpo come numero, il numero come forma, la forma come emozione.










