«Penso che sia finito». Bastano queste parole del presidente americano, pronunciate a margine del vertice Nato ad Ankara, a certificare la fine del memorandum d’intesa firmato con l’Iran e la ripresa delle ostilità. Mentre scriviamo, secondo i media americani, gli Stati Uniti stanno decidendo la forma e la portata della prossima ondata di attacchi contro l’Iran. Ad Ankara la diplomazia lascia il posto alla retorica, mentre nel Golfo Persico la tregua si sgretola. Il punto di rottura è lo Stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto del petrolio mondiale: nelle ultime 48 ore tre navi commerciali sono state colpite nelle acque territoriali dell’Oman, tra cui la petroliera qatariota al-Rakiyat, carica di gas naturale liquefatto, e la saudita Wedyan. Teheran nega responsabilità dirette, ipotizzando che le navi fossero entrate in aree dove erano in corso operazioni di sminamento, o che avessero ignorato le rotte “sicure” imposte dall’Iran per controllare il transito.

TRUMP NON SI ACCONTENTA di seppellire l’accordo. Alla leadership di Teheran riserva gli epiteti di «feccia», «gente malata», «person» malvagie, violente e viziose”. Poi suona la tamburo di guerra: «Stasera li colpiremo duramente». Il summit si trasforma in una piazza per i rancori: Trump rimprovera agli europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti contro Teheran, che chiama «il primo sponsor statale del terrore». Arriva l’inevitabile apprezzamento del segretario generale della Nato, Mark Rutte: «La decisione del presidente americano di effettuare questi attacchi è la cosa assolutamente giusta da fare». Il presidente turco Erdogan, invece, come se non prendesse in considerazione ciò che ha detto Trump, esprime la speranza che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran contribuisca a portare la pace nella regione.