Le trattative «sono nelle ultimissime fasi», parola di Donald Trump che lunedì annunciava ottime prospettive per una pace da siglare «entro due o tre giorni». Stavolta nemmeno 24 ore hanno separato l’ennesimo proclama prefabbricato di vittoria dalla smentita.

Arrivata sotto forma di un post presidenziale che “rivendicava” all’Iran l’abbattimento di un Apache americano su Hormuz.

Una bizzarra rottura del protocollo di propaganda di guerra in cui Trump spiegava che «per forza di cose» gli Usa saranno ora costretti a rispondere.

Per il presidente che nei sondaggi rischia presto di rasentare una disapprovazione record di due terzi, si moltiplicano i segnali negativi legati ad una guerra che per definizione preclude il trionfo promesso da Trump.

Il conflitto rimane invece ostinatamente “invincibile”, un vicolo cieco in cui si è cacciato un presidente che si è apertamente dichiarato «stufo» di un attacco che gli era stato prospettato come un Venezuela 2.0 e che ora distrae dalle priorità “imperiali”: l’ammodernamento della spianata monumentale di Washington e i festeggiamenti per il 250mo anniversario nazionale sovrapposto al proprio ottantesimo compleanno.