Due o tre giorni. È quanto manca, secondo il presidente americano, alla fine del conflitto mediorientale che lui stesso ha innescato, scatenato, sostenuto, combattuto e poi cercato di contenere. Soprattutto, perché non sa più come concluderlo mentre Israele e Hezbollah continuano a darsi addosso col fuoco, con le incursioni e con i raid, rendendo la tregua una teoria ormai effimera, inutile.
Due o tre giorni. Lo ha detto alla fine di una partita dell’Nba, al Madison Square Garden: «Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo, un very, very good deal, che non permetterà in alcun modo all’Iran di dotarsi di armi nucleari». Mentre Trump parlava ai giornalisti, un elicottero del suo esercito precipitava in quello Stretto di Hormuz che, aveva assicurato, farà riaprire nel giro di tre giorni.
L’equipaggio del velivolo – il primo Apache a essere stato abbattuto dall’inizio del conflitto dai Pasdaran – stava pattugliando la costa dell’Oman ed è stato salvato da una task force con droni. Ora a questo attacco l’America deve «necessariamente» rispondere: parola di Potus. Affermazione che appare in aperto contrasto con «l’ottimo accordo» appena evocato.
Dai Maga a Netanyahu: se nessuno si fila più l’imperatore Trump












