«Attaccheremo l’Iran in maniera molto forte anche oggi». Promesse di guerra, promesse di pace messe in sequenze nello stesso respiro: è questo il mondo di Donald Trump. Dopo giorni, settimane e anzi ormai mesi, di ping pong con la bozza d’accordo che il mondo aspettava come Godot, torna il fuoco tra Usa e Iran, e torna forte. L’Iran brucia per un Apache.
Per l’elicottero statunitense abbattuto due giorni fa da un drone dei Pasdaran mentre pattugliava lo Stretto di Hormuz. Palazzi in fumo, polvere di rovine e macerie sono le «conseguenze» che deve pagare Teheran per aver perso tempo con il documento d’intesa: le ha chiamate così il presidente americano, che ha ordinato le operazioni militari a tappeto e ne promette di nuove contro l’esercito sciita, «bullo del Medio Oriente».
Il tycoon si vanta già di averlo ammazzato, mentre sostiene che altri attacchi li scatenerà nelle prossime ore, probabilmente contro centrali e ponti iraniani.
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Un’alba di fuoco. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha ordinato quelli che ha definito «attacchi di autodifesa» presentandoli una «risposta proporzionata» alle rappresaglie dei Pasdaran. Nel mirino dei proiettili a stelle e strisce sono finiti «sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo a terra e siti radar di sorveglianza». Gli americani si sono concentrati con i loro balistici contro un triangolo strategico dello stretto di Hormuz: l’isola di Qeshm, la città portuale di Bandar Abbas e la contea di Jask, sede di un importante e strategico porto commerciale, posizionato all’imbocco orientale dello Stretto.










