Chi è senza peccato scagli la prima pietra – «e quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Anche oggi purtroppo ci sono paesi dove le donne accusate di adulterio rischiano di essere ammazzate, e nessuno che chieda ai loro giudici implacabili di interrogarsi sui loro stessi comportamenti. Ma anche nelle nostre terre felici è impressionante la facilità con cui intentiamo processi pubblici (per fortuna incruenti, ma a volte feroci sul piano verbale) nei confronti di persone ignote, le cui colpe dovremmo conoscere bene, se solo ci guardassimo allo specchio.
È il caso, per esempio, del nostro rapporto con l’intelligenza artificiale: tutti pronti a criticare o addirittura a sanzionare chi ne fa uso, salvo poi, nel silenzio del proprio computer, cercare l’aiuto di un servizievole chatbot per scrivere una lettera o aggiustare un articolo zoppicante. Ma davvero, come pensano alcuni, rivolgendoci al Claude di turno, stiamo tradendo la nostra umanità o anche solo la nostra «autorialità»?
A chi si pone in modo onesto questa domanda si consiglia la lettura di un intervento che Gustav Seibt, uno dei maggiori critici letterari tedeschi, ha pubblicato di recente sulla Süddeutsche Zeitung, titolo: Hallo, hier schreibt der Autor selbst, «Pronto? Qui è l’autore in persona che vi scrive». Più di trent’anni fa, in tempi «antichissimi, predigitali», il giovane redattore Seibt ricevette da Joachim Fest, allora responsabile delle pagine culturali della Frankfurter Allgemeine Zeitung, dieci pagine di manoscritto con un ordine: «Ne faccia un corsivo». Uscirono ottanta righe siglate «J.F.» e complete di un’impercettibile «arietta di parodia»: la parola soupçon, vezzo stilistico di Fest, infilata ad arte dal giovane ghostwriter. Per il lettore quello era un testo di Fest, «e in qualche modo era vero».









