Il fotogramma dello sguardo perso nel vuoto al termine del secondo set, ceduto malamente al tie-break, rende alla perfezione quella sensazione di impotenza e incredulità che Flavio Cobolli deve aver percepito oggi sul campo centrale di Wimbledon. Impotenza per non essere riuscito a giocare il suo tennis solitamente aggressivo e brillante, al cospetto di un avversario, l’inglese Arthur Fery, grande sorpresa del torneo, che invece sembrava volteggiare felice sopra le nuvole senza sbagliare una singola palla. Incredulità perché consapevole di star sciupando un’occasione quasi irripetibile, quella di raggiungere la semifinale di Wimbledon e di continuare a sognare un derby tutto italiano in finale.
Sulla carta aveva di fronte una partita abbordabile, contro il numero 114, che in queste due settimane sta miracolosamente tenendo in piedi quello che rimane dell’autostima tennistica britannica. Ma il tennista italiano, almeno quello che abbiamo osservato in queste due settimane, è rimasto negli spogliatoi. A entrare in campo è stato un giocatore diverso, teso e contratto, come non di rado gli succede nelle grandi occasioni o nelle partite più emotivamente coinvolgenti.
Era nell’ordine delle cose che Cobolli avrebbe dovuto fare la partita, come si dice in gergo, giocando in spinta, cercando di comandare e di andare a prendersi il punto, come aveva egregiamente fatto con Alex de Minaur. E’ accaduto l’esatto contrario. Divorato dalla tensione ha subito il gioco pulito e lineare dell’inglese, che ha sempre dettato i ritmi del match senza sbavatura alcuna. Neanche sotto due set abbiamo avuto il piacere di assistere a una minima reazione.












