Nelle cantine italiane sono fermi oltre 53 milioni di ettolitri di vino, l'equivalente di un'intera vendemmia. Alle giacenze elevate si somma il rallentamento dei consumi mondiali e un crescente squilibrio tra produzione e domanda. Per smaltire gli elevati stock, molte aziende stanno declassando i vini, riclassificandoli in categorie inferiori – ad esempio da Docg a Doc, da Doc a Igt o a vino comune – così da renderli più facilmente vendibili. Di fatto una svendita. Come testimoniano in dati dell'Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv), le cantine stanno infatti spostando sempre più prodotto verso la categoria del vino comune, quella più facilmente collocabile sul mercato. Una strategia di contenimento che però abbassa il valore delle produzioni. Lo confermano anche i prezzi dello sfuso: nei primi cinque mesi dell'anno sono diminuiti del 6% per i Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni, destinatari del 75% dei declassamenti, con una quotazione media ormai scesa a 54 centesimi al litro. L'analisi dell'Osservatorio Uiv, presentata l'8 luglio a Roma, evidenzia che, nonostante tre vendemmie leggere tra il 2023 e il 2025, a maggio le giacenze sono aumentate del 7,3% rispetto allo stesso mese del 2025, raggiungendo il livello più alto dal 2022, quando si registrò una vendemmia eccezionale da quasi 50 milioni di ettolitri. Il tutto mentre i consumi rallentano sia in Italia (-2% nella grande distribuzione tra gennaio e maggio) sia all'estero, con un export che nel primo trimestre segna -4% a volume e -8,3% a valore.