Bergamasca, classe 1983. Giornalista professionista, scrivo soprattutto di auto (ma amo la bici), di bambini e famiglia (ma amo la solitudine).

Sono uno di quei genitori che al parchetto si fa tendenzialmente i fatti propri. Non gioco con i miei figli se non è strettamente indispensabile, non sto attaccata a loro, non mi impiccio dei giochi che fanno con i coetanei. Penso che due bambini abbiano diritto di litigare e mettersi il broncio senza che i genitori si impiccino troppo. Vigilo da lontano, mi riposo e mi porto da leggere. Questo se sono da sola. Se incrocio lo sguardo di altri genitori, nonni o babysitter mi pongo il dubbio: «Non penseranno mica che sono una madre che “se ne frega”?» e allora intervengo, più di quanto io ritenga necessario, per dire banalità come: «Stai attento sullo scivolo, condividi il giochino, aspetta il tuo turno» anche quando mi sembra che tutto stia filando più o meno liscio. L’altro giorno un papà sconosciuto ha gentilmente raccolto da terra mia figlia, caduta dalla biciclettina che sta imparando a usare. Ero a 10 metri di distanza, non è successo niente di grave, non mi rammarico di non avere prevenuto la caduta («Più cadi, più impari», ho spiegato a mia figlia il giorno stesso che ha tolto le rotelle) ma ho comunque pensato: «Avrò fatto una brutta figura? Dovevo starle più vicino? Mostrarmi più attiva e coinvolta?». Quanto delle nostre scelte educative dipende dall’immagine che vogliamo dare di noi stesse? E quanto, in realtà, quelle scelte sono davvero educative?