Dei pancioni in gravidanza c’è un lato che non si vede, come la Luna. La forza di gravità terrestre ha rallentato la sua velocità di rotazione, così di lei vediamo sempre e solo la stessa faccia. Da tempo, la forza di gravità virtuale ha attratto a sé la maternità: la perfezione dei pancioni in evidenza segue spesso la curva dell’engagement; allenati quasi scolpiti, fotografati ovunque, booster di location già incredibili su Instagram. Per chi guarda, nove mesi passano al ralenti: “Ma X non partorisce mai?”. Il cortocircuito tra follower e infuencer scatta quando questa perfezione non riesce a essere di tutte: aderendo alle logiche della piattaforma, la gravidanza diventa un postulato di bellezza che inceppa il meccanismo dell’identificazione. Cambia l’algoritmo come cambia il corpo: i social diventano uno specchio che riflette la maternità e restituisce i difetti di chi osserva. È un confronto che genera distorsione. Oggi riguarda anche le gravidanze in differita: su Wired Currie Engel scrive del trimestre zero, una specie di mix e match di allenamenti, cibo (noci brasiliane, latte crudo, frattaglie) e integratori per prepararsi al concepimento e assicurare al nascituro il miglior stato di salute possibile. È un po’ come rifare il letto ogni giorno nella propria pancia. Su Instagram e Tik Tok, migliaia di vlog accompagnati dagli hasthtag #preconception o #pregnancyprep sono certificati di serotonina rilasciati sulla base di comportamenti, nella maggior parte dei casi, privi di fondamento scientifico: sarebbe così per il 54% delle affermazioni nutrizionali, o legate allo stile di vita, diventate virali sui social. Pre, durante e post gravidanza il corpo delle influencer sembra un benchmark irraggiungibile, un monolite misterioso simile a quello di 2001: Odissea nello spazio: com'è possibile che siano già tornate in forma?Nessuna linea del tempo, smagliatura. Nel 2022 iniziava a circolare online il trend “Belly only pregnancy”: l’omonimo hashtag aggrega ancora oggi foto e video di ragazze che, non fosse per il pancione, non sembrerebbero neanche incinte. Non ci sono tracce dei chili temporanei che di solito si ridistribuiscono su viso, gambe e braccia: come se il loro corpo godesse di una zona protetta, o come se la gravidanza fosse un sistema federale dove ogni parte del corpo si regola per conto suo. In quell’anno, uno studio tedesco faceva notare che la “Gravidanza solo pancia” era spesso associata a una serie di hashtag relativi al fitness, e che a molte donne incinta piacesse sentirsi dire che in realtà non lo sembravano. Alcune postavano foto di spalle per mostrare al mondo online la loro silhouette invariata. Foto del genere finiscono per diventare testimoni della dolce attesa allo stesso modo di quelle in posa con una mano sul pancione: la gravidanza porta con sé il dovere di esaltare la magrezza, facendosi fotografare anche di schiena. Di duecentootto mamme che nel 2025 avevano partecipato a uno studio sulla percezione del proprio corpo post-parto, molte sottolineavano la velocità di ripristino supersonica delle mamme influencer e gli effetti negativi di questo confronto sulla loro maternità: un’esperienza di serie b, priva di tempo e di risorse per dedicarsi all’effettivo restauro. «Quando la maternità entra pienamente nell’economia dell’immagine, il rischio è che anche il post-partum venga trattato come qualcosa da ottimizzare rapidamente: il corpo da recuperare, l’umore da gestire, la casa da mostrare, il bambino da raccontare bene», spiega la dottoressa Maria Cristina Coppola, psicologa e psicoterapeuta esperta di infanzia e sostegno alla genitorialità. «Tutto questo può produrre un’enorme fatica psichica, perché la maternità reale è fatta anche di regressione, stanchezza, ambivalenza e perdita temporanea di controllo. Tutti aspetti poco compatibili con la logica performativa dei social». Come spiega un recente studio pubblicato su Nature, la percezione della propria immagine corporea impatta sulla salute fisica e psicologica già in gravidanza, incentivando comportamenti positivi o dannosi anche per chi vive nel pancione. Le ricerche che analizzano l’impatto dei social media sulle neo-mamme partono da una premessa che ne riconosce lo status di fonti moderne d’informazione genitoriale, sebbene l’esposizione ai contenuti online tenda però spesso a penalizzare le capacità genitoriali; un caso di serendipity che ha tutt’altro a che fare con la fortuna: si cercano consigli e s’incappa in confronti che hanno la fama di farle sentire inferiori. Le difficoltà riguardano tutte le dimensioni, in Italia quella lavorativa è centrale: il 70% delle madri rassegna le proprie dimissioni perché non riesce a conciliare tutto. «Il grande successo dei contenuti sulla maternità racconta anche qualcosa della nostra epoca: molte donne vivono la genitorialità con reti familiari e sociali molto più fragili rispetto al passato. Ci sono meno spazi collettivi, meno trasmissione tra generazioni, meno comunità reali. Il digitale prova spesso a colmare questa solitudine». Ciò che non si vede del pancione, allora, è la verità: e può essere più complicata, o persino migliore, rispetto a quella che appare sui social. In America il movimento delle mamme MAHA (Make America Health Again, ndr) sostiene l’idea che le politiche del Segretario della salute e dei servizi umani Robert F. Kennedy Jr. restituiscano libertà di scelta ai genitori: ne deriva che migliaia di mamme influencer si sentano sempre più legittimate a prendere decisioni sulla salute dei loro figli (scegliendo ad esempio di non vaccinarli), spesso bypassando il parere dei professionisti. L’emulazione è reale: «Soprattutto perché l’esperienza personale viene percepita come più autentica o rassicurante del sapere scientifico. Le influencer parlano spesso un linguaggio emotivo, immediato, identificatorio. Questo crea fiducia. Ma il problema nasce quando il racconto individuale sostituisce completamente il confronto con i professionisti. Oggi vediamo sempre di più una crisi dell’autorevolezza tradizionale: il sapere esperto viene vissuto come distante, mentre chi racconta la propria esperienza appare più vicino e credibile», ma per Coppola demonizzare i social serve a poco: bisognerebbe ricostruire un dialogo tra competenza e relazione umana. Esistono però figure ibride: metà mamme influencer metà professioniste che adattano il linguaggio medico-ospedaliero alla loro community, si tratti di infermiere neonatali, nutrizioniste, fisioterapiste. Andrebbero inquadrate in una qualche zona neutrale? Il Time tiene a precisare che sarà certamente redditizia, tra sponsorizzazioni di questo o quel device tecnologico che, in molti casi, deviano dal patto di fiducia stretto con le loro follower: disorientate dalla mancanza di autenticità, sono proprio loro a decidere di romperlo. “Le persone creano con loro relazioni parasociali, sentendosi come amiche anche se non si sono mai incontrate di persona”, scrive il giornale americano. È una grave perdita.Era il 1959 quando iniziarono a circolare le prime immagini della faccia nascosta della Luna, meno romantica rispetto a quella visibile dalla Terra, con più crateri. Imperfezioni? Nessuno si stupirebbe se qualcuno le correggesse con un’app di fotoritocco. Alcune, come RetouchMe, hanno dei tool specifici per creare pancioni fake con l’ausilio dell’intelligenza artificiale: in pratica, simulatori di gravidanza per avere un’idea di come si potrebbe apparire incinta. L’AI che diventa cicogna. Altre app promettono di rimuovere le smagliature o di rimodellare la curva della pancia “per aumentare la fiducia in se stesse nelle foto durante la gravidanza”. La preoccupazione per l’immagine corporea non ammette stand-by, fosse solo per nove mesi e basta. Quando il confronto con l’aspetto di altre donne sarà caduto in prescrizione, in che modo ricorderemo il nostro corpo in gravidanza alla vista di quelle stesse foto che abbiamo alterato?Mio figlio è un puzzle“L’atto di fotografarlo era l’espressione compulsiva della mia meraviglia per la sua esistenza. È lui: clic. È qui: clic. Sarà qui per sempre: clic”, scrive la giornalista del New York Times Amanda Hess nel suo saggio-memoir “Un’altra vita”, edito in Italia da Einaudi. In gravidanza le voglie sono anche digitali? La risposta potrebbe arrivare indirettamente da alcune influencer che spiegano di non condividere foto dei loro figli perché in fondo lo farebbero solo per se stesse, ignorandone la privacy. Se non posto non esisto è ormai un assunto della nostra epoca: quando tocca la dimensione materna, chi è che non esiste? La madre o il bambino? «L’angoscia può riguardare entrambe le dimensioni: la paura che il bambino “non esista” socialmente, ma anche la paura della madre di perdere riconoscimento, continuità narrativa e presenza nel discorso degli altri. Però è interessante che alcune scelgano di sottrarre il figlio all’esposizione: in certi casi è un modo per preservare uno spazio intimo non interamente catturato dalla logica dello sguardo pubblico», commenta Coppola. Quando una mamma decide di crearne una versione digitalizzata, c’è la possibilità che gestire la scissione possa diventare faticoso: il bambino raccontato sui social è più gestibile, coerente e performante del bambino “reale” che invece è opaco, imprevedibile è contraddittorio. Solo un braccino, un piedino, la nuca: la via di mezzo scelta da alcune è di mostrare solo piccoli particolari dei loro bambini, puzzle che i follower hanno spesso la pretesa di completare a ogni costo: pur non riguardando la sfera delle mamme influencer, uno studio condotto da un’autrice americana e due cinesi mostra il duo compatto del binomio affetto-influencer marketing, collaudato soprattutto su piattaforme come Instagram, dove le interazioni sono più frequenti, informali e, soprattutto, in tempo reale. Se i follower chiedono spiegazioni sui bambini-entità mostrati a spezzoni, rivendicando una quasi pretesa di proprietà da parte del pubblico, è proprio per via di questa illusione di intimità e fiducia che s’instaura con le influencer. Ciò che è parziale alimenta il consumo dello sguardo, ma per Coppola «Il legame madre-bambino ha bisogno anche di zone non esposte. La crescita psichica richiede spazi sottratti allo sguardo collettivo». Come spiega la psicoterapeuta, una genitorialità digitale consapevole può certamente esistere: è un discorso che non gareggia sul bianco-nero, mostro o non mostro, emoji di cuori o di koala sovrapposti alle loro espressioni, ma sulle domande. Condividere, per chi? Perché? E ancora: «Cosa sto chiedendo inconsciamente a mio figlio attraverso questa esposizione? Quella digitale e consapevole è una genitorialità che lascia al bambino la possibilità di non coincidere completamente con la propria immagine online. Che conserva zone di opacità, di privacy, di vita non spettacolarizzata. In fondo crescere significa anche poter sfuggire un po’ allo sguardo degli altri». Intanto, però, l’80% dei contenuti pubblicati online riguarda minori sotto i cinque anni: ed è qui che vale la pena sottolineare una differenza importante, quella tra le influencer diventate mamme e quella delle mamme-influencer. Quest’ultima categoria è infatti più propensa a commercializzare i propri figli creando forme di engagement ad hoc capaci di monetizzare, facendo leva anche sui momenti particolarmente delicati, emotivi, che diventano occasioni last minute per collezionare migliaia di visualizzazioni. Si tratta di comportamenti forti del vuoto normativo che, nel nostro Paese, ancora persiste in termini di tutela e privacy dei minori. Il disegno di legge “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale” punta, in sostanza, a garantire la loro sicurezza di fronte alle logiche di sfruttamento commerciale della loro immagine: dal 2024, anno in cui è stato presentato, risulta ancora fermo in Senato.Il flashforward della questione ha a che fare con la presa di coscienza di quelli che tra qualche anno saranno ex bambini e con tutta probabilità si ritroveranno a confrontarsi con il loro archivio digitale accessibile a tutti gli utenti online. «Si tratta di immagini, emozioni e momenti della loro infanzia che non hanno scelto di condividere. Per un adolescente, il tema dello sguardo è centralissimo: costruire la propria identità significa anche poter ridefinire la propria immagine. Avere invece un archivio pubblico già costruito dai genitori può essere vissuto come invasivo o ingombrante a livello identitario. Dal punto di vista clinico credo emergeranno molte domande sul consenso, sull’intimità e sul diritto ad avere una parte di sé che non sia già stata raccontata dagli altri»: questa la previsione della psicoterapeuta. Scrollando online non è difficile rendersi conto dello sbalzo d’umore che lega e diversifica i contenuti sui profili delle mamme influencer: se in un post il bambino sembra essere il più fortunato e felice del mondo, in quello successivo è il più deriso. Ricorderete il trend della fetta di formaggio (cheese challenge) lanciata sulle facce dei bambini per farli smettere di piangere o dell’uovo crudo rotto direttamente sulle loro testoline (egg crack challenge) sempre allo stesso scopo. In Svezia una madre era stata costretta a pagare una multa dopo che il tribunale di Helsingborg aveva attestato l’umiliazione ai danni di sua figlia. La protesta della donna? “Su Tik Tok lo fanno tutti”.Questo bimbo a chi lo doDa ultimo, il saggio-memoir della giornalista Amanda Hess racconta di minuscoli calzini per monitorare i parametri vitali di un neonato, culle che si cullano da sole, e di qualsiasi altro device accolto in casa sempre con un certo sollievo, ma che finisce per svelare il tic della maternità Millennial: il monitoraggio del monitoraggio, un’ossessione che costruisce delle centrali madre di controllo, stravolgendo quel senso di scoperta che, nel bene e nel male, è la linfa vitale dell’esperienza genitoriale. Come chiarisce la dottoressa Coppola, «La tecnologia nasce spesso da un desiderio comprensibile: ridurre l’angoscia. Il problema è quando il monitoraggio sostituisce la capacità di stare nella relazione. Un neonato non è solo un insieme di parametri vitali: è anche ritmo, sguardo, presenza, interpretazione reciproca. Il rischio è che la maternità diventi una forma di sorveglianza continua, dove il dato prende il posto dell’esperienza. Ma un bambino non si conosce solo controllandolo: si conosce anche tollerando una quota di incertezza», ed è proprio questa il fulcro da cui nasce l’intuizione materna. Riferendosi a un lettino robotizzato collegato a un’app per tracciare il sonno e qualsiasi movimento o rumore bianco (e non è forse in questo modo che tutto diventa subito allarmante?), a un certo punto Hess scrive che, per quanto fornisse le informazioni più dettagliate, “mi impediva di capire il bambino reale che avevo fra le braccia”.
Il feed della maternità, quando il culto della performance impedisce l'identificazione e l'intimità diventa una metrica
Gravidanze fit, figli in formato digitale e device tecnologici dove il dato sostituisce l'esperienza. Per Maria Cristina Coppola, psicologa e psicoterapeuta dell'infanzia, una genitorialità più consapevole è possibile anche sui social







