di

Marco Imarisio

Maestro e allievo prima, legati da una stima e rispetto reciproci che almeno in apparenza sembrano più forti dell’acido corrosivo versato dal campione serbo con le sue dichiarazioni sulla vicenda del Clostebol

Ancora una volta, come è giusto che sia. Jannik Sinner un po’ si scioglie, quando gli chiediamo di Novak Djokovic. «Il primo incontro fu a Montecarlo, dove mi avevano portato per allenarmi. Abbiamo fatto una foto, io avevo una felpa blu e i capelli lunghi. In quel momento era per me irraggiungibile. Sono realista e ho pensato: non arriverò mai al suo livello». Sorride, come succede spesso quando emergono i ricordi da bambino.

Era l’apparizione del campione, di tutto quello che il ragazzo rosso di allora sognava di essere, ma non immaginava che fosse possibile. «La prima volta che ci ho giocato contro, sempre a Montecarlo, prima della partita ero solo felice di esserci, speravo di vincere almeno un game. Quando è arrivata la prima vittoria contro di lui è stata un’esperienza surreale». Noi ci ricordiamo la seconda, perché fu lo spartiacque della vita del nostro numero uno del mondo. Malaga, novembre 2023. Semifinali di Coppa Davis. Tre match point per il Mostro, 0-40 servizio Sinner. La solita storia, pensiamo tutti, l’uomo più forte di sempre nei momenti decisivi, e anche in quelli non decisivi, ha trovato il modo per vincere, per sopravvivere ancora una volta. Invece no. Nel giro di un minuto, tutto cambia. Jannik si ribella al suo destino, annulla i tre match point, poi strappa il servizio a un incredulo Novak. Il mondo all’incontrario, ma non nel senso di Vannacci. Come frutto da quel seme insperato arriverà anche la vittoria del gennaio seguente in semifinale a Melbourne, viatico al primo Slam dell’italiano.