Ci sono rivalità che non hanno bisogno di casse di risonanza; vivono di sguardi che non cercano complicità, di strette di mano corrette ma mai calde, di dichiarazioni che sembrano diplomatiche e invece lasciano sempre una scia sottile di tensione. È il duello tra Jannik Sinner e Novak Djokovic (ore 9.30, diretta in chiaro su Nove), una sfida che racconta molto più di un semplice confronto generazionale: racconta il passaggio di potere, o almeno il tentativo di impedirlo.

All’inizio era tutto semplice. Djokovic dominava, Sinner inseguiva. Il serbo era il numero uno, il riferimento assoluto, l’uomo da cui imparare. Oggi lo scenario è cambiato, e forse è proprio questo a rendere il rapporto instabile. Sinner ha ribaltato le gerarchie, battendo Djokovic nei momenti che contano davvero: il primo turning point la finale di coppa Davis vinta da Sinner dopo aver annullato tre match point. Poi gli incontri più recenti al Roland Garros e Wimbledon dello scorso anno. Vittorie che pesano, perché arrivano nei luoghi che nel tennis contano. Ai margini del campo, però, il linguaggio resta sempre misurato. Djokovic in passato non ha mai lesinato commenti sul caso Clostebol: «Penso che non l’abbia fatto apposta, ma ovviamente è responsabile. Quando è successo, sono rimasto sinceramente scioccato. Credo che non l’abbia fatto di proposito. Ma il modo in cui è stato gestito l’intero caso è pieno di campanelli d’allarme».