Il senso della ricorrenza, il "titolo" del fatidico compleanno, lo conia lui stesso: «90 e lode, fino a qui è andata molto bene ma mi sono meritato tutto», sorride Lino Banfi che nasceva ad Andria, in Puglia, il 9 luglio 1936 ma venne iscritto all'anagrafe «solo due giorni dopo e ho sempre festeggiato il giorno in cui venni al mondo».
Così domani sera l'attore spegnerà le candeline a Termoli, il paesino molisano sul mare in cui andava sempre con l'amata moglie Lucia, scomparsa nel 2023. Intanto, a Rimini, l'infaticabile "nonno d'Italia" ha ricevuto tra le ovazioni un gradito regalo: il Maximo Excellence Award del Festival Italian Global Series. E stasera alle 21.30 Rai1 trasmetterà Lino d'Italia Storia di un itALIENO, il documentario di Marco Spagnoli sull'attore.Guardandosi indietro, di cosa è più fiero?«Di aver avuto vicino mia moglie Lucia che mi ha incoraggiato ad andare avanti anche quand'ero campione olimpionico di salto del pasto, cioè non avevo i soldi per mangiare. Sono poi felice di aver fatto il Medico in famiglia che mi ha portato l'amore dei bambini, e le commedie sexy un tempo bistrattate ma poi diventate di culto».Ha mai provato imbarazzo sul set accanto a bellissime attrici mezze nude, come Edwige Fenech?«Non solo imbarazzo. A volte mi capitava di eccitarmi, sono un maschio... ma poi superavo l'impaccio con il garbo, la buona educazione. E loro esclamavano: "Sei bello dentro". Meglio di così».Ha qualche sassolino nella scarpa da togliersi?«Ne avrei tre o quattro che ogni tanto mi fanno male. Ma a 90 anni ho deciso che la migliore vendetta è fare del bene a chi ti ha fatto del male».Qual è stato il torto più grande che ha subìto?«La chiusura improvvisa, dopo due sole puntate, della mia trasmissione Gran Casinò nel 1996. La Rai non mi aveva nemmeno avvertito, solo Raffaella Carrà mi difese».Chi, a parte sua moglie, ha più creduto in lei?«Il produttore Dino De Laurentiis che, avendomi visto in tv nell'imitazione di un gay, negli anni Settanta mi aprì le porte del cinema. Ma prima di lui il Vescovo di Andria che mi cacciò dal seminario dopo avermi pizzicato a sbirciare le suore: mi disse che la mia vocazione era far ridere».Rimpianti?«No. Forse mi sarebbe piaciuto un ruolo drammatico come quello di Alberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo. Ma l'anno scorso ho interpretato il malato di Alzheimer in Oi vita mia di Pio e Amedeo, sono contento così». Le critiche l'hanno mai ferita?«Più che stroncarmi, i critici ignoravano le mie commedie».Qualcuno le ha chiesto scusa?«Un famoso recensore, non romano ma romanista come me, si è pentito di non aver scritto dei miei film dopo aver constatato che a Mosca, durante un festival, L'allenatore nel pallone faceva più spettatori dei film dei Taviani».E lei deve chiedere scusa a qualcuno?«A Pupi Avati per aver rifiutato di girare Regalo di Natale, che poi fece Abatantuono, per girare L'Allenatore. Pupi si è offeso ma poi ci siamo riappacificati».Banfi, ha paura della morte?«Un pochino sì, quando penso che una caduta o una bronchite alla mia età possono essere fatali. Ma con la Morte sto provando a fare amicizia, visto che dovremo incontrarci. E dopo aver fatto ridere tre Papi, ogni tanto vedo sorridere anche lei».













