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La coppia anconetana si era persa mercoledì scorso sulle Dolomiti friulane. Gli escursionisti ritrovati all’alba dal soccorso alpino: avevano perso il sentiero.

di Francesco PascucciA poche ore dal salvataggio, ancora provati ma lucidi, Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi ci hanno raccontato la loro disavventura, dalla partenza alla notte del ritrovamento. Una vicenda miracolosa che nasconde una ostinata voglia di sopravvivere. Tutto era cominciato come una gita di piacere, di quelle che la coppia predilige. "Avevamo programmato un trekking ad anello. Dal Rifugio Pordenone, a milleduecento metri, ci siamo incamminati per chiudere il giro passando dal Rifugio Padova, dove ci siamo rifocillati e riforniti d’acqua". I problemi sono arrivati sulla via del ritorno, quando il sentiero ha smesso di essere leggibile. "All’inizio i segnali erano ben visibili. Poi siamo entrati in un fitto bosco di pini, dove il tracciato risultava appena accennato: è stato allora che abbiamo iniziato a preoccuparci. Da un lato si apriva una gola impraticabile. Alle sette di sera, ormai stanchi, abbiamo preferito fermarci e rimandare all’indomani la ricerca della via". Costretti a passare la notte all’addiaccio, hanno arrangiato un riparo di fortuna. "Abbiamo ricavato un rifugio da due pini dalla chioma folta: bastoni conficchiati tutt’intorno, a chiuderlo come un igloo contro umidità, vento e freddo. Ci siamo riscaldati restando vicini: di notte, a milleseicento metri, la temperatura scende in fretta". Poi è arrivata la parte più dura: resistere per giorni senza cibo e con pochissima acqua. "L’indomani abbiamo trovato un ruscello che ci ha salvato la vita: fino a quel momento, per non restare senz’acqua, avevamo bevuto la nostra urina. Poi la scelta: perché avventurarci su un percorso pericoloso, già sfiniti e con le scorte agli sgoccioli? Meglio conservare le energie e attendere, sicuri che al check-out dell’albergo qualcuno avrebbe notato la nostra assenza. Per resistere ci siamo nutriti delle fragole selvatiche raccolte da Chiara nel sottobosco". C’è stato un momento, gli chiediamo, in cui hanno temuto di non farcela? "Confidavo di avere ancora qualche giorno: bevendo e senza sforzi eccessivi si può resistere anche una decina di giorni senza cibo, e noi eravamo al quinto in condizioni ancora accettabili. La certezza, però, mi mancava. Ha contato il resto: alleno a rugby da dodici anni, e se non hai la mente abituata a decidere nei momenti di fatica diventa tutto più difficile. Chiara, dal canto suo, quando serve sa essere estremamente determinata". Intanto, a valle, l’allarme tardava a scattare. "La denuncia l’ha presentata mia madre lunedì mattina: non è semplice presentarsi dai carabinieri e dire "mio figlio è scomparso". Ha trovato il coraggio grazie all’aiuto di altre persone. Poi ci hanno salvato la vita carabinieri, Protezione civile e Soccorso alpino. È stato un momento bellissimo: l’Italia dovrebbe essere sempre così, ci si deve aiutare". Resta il momento del ritrovamento, frutto anche di un’intuizione di Davide. "Il pomeriggio precedente ci erano passati sopra senza scorgerci: eravamo nascosti vicino alla capanna. Avevo però osservato che l’elicottero scendeva lungo una gola poco distante, dove saremmo stati assai più visibili. Così ho deciso: l’indomani, al primo rumore dei rotori, mi sarei precipitato là. Chiara è rimasta alla capanna, per coprire entrambe le posizioni. Mi sono sporto e i carabinieri mi hanno visto: ‘Sei Davide di Ancona? E tua moglie?’. Eravamo salvi".