Roma. Dopo il bastone, la carota. Da dare non certo agli scismatici sedicenti depositari di Verbo e Tradizione, ma a un mondo di fedeli cattolici legati sì alla Tradizione ma in comunione con il Papa. Sono loro che ora si attendono uno sguardo paterno da parte della Santa Sede, un “gesto discreto di misericordia”, per citare Benedetto XVI, che li liberi dai vincoli stringenti imposti dal motu proprio Traditionis custodes con cui, di fatto, Francesco abolì il Summorum pontificum ratzingeriano, di cui ieri ricorrevano diciannove anni dalla promulgazione. La questione è complessa. Nel 1988, Giovanni Paolo II decretò sì la scomunica (che poi era automatica) per Lefebvre e i vescovi da lui consacrati, ma subito creò la commissione Ecclesia Dei che aveva il compito di accogliere quanti non ne volevano proprio sapere di rompere con il Papa. Da qui nacque, una ventina di giorni dopo, la Fraternità sacerdotale san Pietro e molto più tardi, nel 2006, l’Istituto del Buon Pastore. Nel 1990 veniva fondato l’Istituto di Cristo Re Sommo sacerdote, con profonda vocazione missionaria. Nella sua lettera del 29 giugno scorso al Superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, il Papa scriveva di riconoscere “l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità”. Già alcuni vescovi, come quello di Oslo – che si è detto disponibile ad aumentare il numero delle celebrazioni in vetus ordo se questo sarà per il “bene delle anime” –, hanno manifestato aperture su questo fronte. Traditionis custodes fu motivato principalmente dal rifiuto del Vaticano II che si avvertiva in molte comunità legate alla messa preconciliare e da un uso della concessione di Benedetto XVI fatta per “aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni”, scriveva Papa Francesco nella lettera di accompagnamento al suo motu proprio. Notava, il Pontefice, “un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II”. Il che, se è acclarato in diversi casi, non può però essere assunto come regola generale. Davvero tutti coloro che partecipano alle messe secondo il messale di Giovanni XXIII sono contrari al Concilio? Considerato l’innegabile afflusso di giovani e giovani famiglie alle messe “tradizionaliste” – fenomeno ben visibile in Francia, ad esempio – è pensabile che la partecipazione a quel rito sia meramente una questione ideologica e che i trenta-quarantenni che vi aderiscano siano soci ad honorem del Coetus internationalis patrum di iperconservatrice memoria? Non è questione di rivendicare scalpi: Leone XIV, l’unica volta che si è pronunciato sul tema, un anno fa in un’intervista, ha detto che vuole capirne di più, consultando tutti per poi decidere che fare. Con l’obiettivo di porre fine a una polarizzazione ideologica che ha schiacciato la comunione ecclesiale. Una soluzione può venire proprio dalla Francia: il Papa, lo scorso marzo, ha inviato una lettera all’episcopato locale riunito a Lourdes in cui invitava a cercare “soluzioni concrete che permettano di includere generosamente le persone sinceramente legate al vetus ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia liturgica”. Il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, nei mesi scorsi ha detto che “la preoccupazione pastorale consiste nell’accogliere ciò che lo Spirito dice a questi giovani, a queste persone, e allo stesso tempo spiegare cos’è la tradizione, che risale ai concili più recenti”. E’ l’indicazione di una strada di riconciliazione che, rimanendo inflessibili sulla questione del Vaticano II, potrà portare a eliminare certe grottesche impuntature di Traditionis custodes: una su tutte, il divieto di celebrare la messa vetus ordo in una chiesa parrocchiale quando è possibile celebrarla in un campo sportivo. I fedeli al Papa e al rito nella forma cosiddetta “antica” chiedono che l’auspicio leoniano di “unità” riguardi anche loro.