Lo scisma di Écône, con la sua “irriverenza vestita di deferenza”, non è un ritorno al passato, ma una deriva modernista nel metodo, che mette il giudizio del gruppo sopra la legge universale, distruggendo la missione della Chiesa come faro di unità e armonia universale, divina e umana, nel mondo. Il commento di Benedetto Ippolito
L’evento scismatico consumatosi il 1° luglio 2026 ad Écône, con la consacrazione di quattro nuovi vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) senza mandato pontificio, non rappresenta una novità, ma la drammatica conferma di una continuità storica con la scissione di Marcel Lefebvre del 1988. Trentasette anni dopo, la sequenza si ripete quasi identica: un atto di sfida aperta all’autorità del Successore di Pietro che lacera la “Tunica inconsutile di Cristo”. Nonostante i ripetuti appelli di papa Leone XIV, che ha esortato la Fraternità a non privare i fedeli della ricezione lecita dei sacramenti, i lefebvriani hanno scelto la strada della rottura formale, dimostrando che per questo movimento l’unità vale meno delle proprie rivendicazioni ideologiche.
Contrariamente a quanto sostengono i fautori dello scisma, la questione centrale non è oggi di natura puramente teologica, bensì riguarda il rispetto della dimensione giuridica della Chiesa, fondamento essenziale della convivenza cristiana. Come insegna San Paolo in Romani 3, 31, la fede non distrugge la legge, ma la “stabilisce” e la conferma. Tommaso De Vio Gaetano, durante l’apice della controversia riformatrice del XVI secolo, asserisce con ferma lucidità che la fede cattolica implica il sostegno (fulcimentum) alla legge divina; senza di essa, la dottrina vacillerebbe come un’invenzione umana. Lo scisma del 2026, ignorando il mandato papale e la vera memoria storica, pretende di vivere una “tradizione” svuotata della legalità canonica, trasformando la fede in un pretesto per l’anarchia gerarchica.














