In un mondo iperconnesso e inondato di stimoli informativi, visivi e sensoriali, gli studi sul cervello nell’infanzia e nell’età evolutiva assumono una rilevanza sempre maggiore: al centro c’è una fase storica, segnata da un uso massiccio e prolungato di dispositivi digitali che ci condizionano e ci trasformano. Ed è proprio la straordinaria plasticità del cervello dei bambini a essere il punto di partenza per ridefinire le dinamiche di protezione di “una macchina in costruzione”, come la descrive la neuroscienziata Michela Fagiolini, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, professoressa alla Harvard Medical School e al Boston Children’s Hospital, dove conduce una serie di ricerche sul funzionamento e sull’evoluzione del cervello in età infantile, con un focus sull’apprendimento nel periodo-chiave dello sviluppo. Ospite a Torino per una conferenza di “GiovedìScienza”, promossa con il Dipartimento di Neuroscienze Rita Levi Montalcini e con il Nico, Istituto di Neuroscienze Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino, Fagiolini ha insistito sulla “straordinarietà dell’organo più complesso che controlla tutto quello che facciamo, pensiamo, sentiamo e i modi con cui ci comportiamo. Lo sviluppo cerebrale - spiega la studiosa – presenta delle finestre temporali in cui i neuroni sono estremamente plastici e l’ambiente può influenzarne profondamente la crescita, perché lascia tracce nei circuiti, modellando le capacità cognitive e motorie, la regolazione delle emozioni e anche la costruzione delle relazioni sociali”. Il cervello – aggiunge – nasce immaturo: “E’ formato da miliardi di cellule, ma non è un computer e non è pronto per essere acceso e funzionare. È come un fiore o un albero che espande i suoi rami. E’ anche come una società che si forma via via. E’ una realtà che si verifica nei primi anni di vita”. Il segreto della mente risiede nella connessione e nella comunicazione tra cellule. “Il cervello di un bambino è morbido: è una spugna che assorbe, è più aperto e sensibile agli stimoli esterni, ma anche più vulnerabile”, osserva Fagiolini. Tra potenzialità e fragilità, le conseguenze dell’uso precoce delle tecnologie “sono già evidenti”. Avverte: “ Gli studi stanno venendo fuori adesso, ma si basano su tecnologie che erano attive per esempio due anni fa e, quindi, siamo un po’ indietro. Prendiamo l’impatto di ChatGpt su un bambino di oggi: va ancora studiato. Senza dubbio ci sono già evidenze che la memoria a lungo termine viene impattata. In questo caso si parla di ‘cognitive offloading’: significa che un individuo delega compiti mentali come memorizzare, calcolare o pianificare a strumenti esterni così da ridurre il carico cognitivo del cervello stesso. Se affidiamo al computer o all’algoritmo il compito di pensare o di memorizzare, troveremo certamente le informazioni che cerchiamo, ma poi queste non verranno consolidate nel cervello. Perché sono state lette o processate in maniera troppo superficiale o veloce”. La scienziata si sofferma anche sull’impatto nello sviluppo dei bambini: “Gli studi più recenti dimostrano che l’esposizione a questo mondo digitale può danneggiarli. Questo non significa che dobbiamo eliminare o fermare il progresso, ma bisogna essere consapevoli di come un cervello si sviluppa e di che cosa succede al cervello dei bambini con questa esposizione a tablet o smartphone. Di sicuro dà dipendenza, perché tutti questi stimoli sono veloci e positivi, e questo continuo rinforzo genera nel cervello la produzione di sostanze quali la dopamina, che è uno dei neurotrasmettitori del piacere”. Un altro problema è l’utilizzo di chatbot, che offrono la risposta in modo automatico e istantaneo: se l’utente è un ragazzo o un bambino in età prescolare, questo meccanismo può arrivare a impedire l’acquisizione di capacità riflessive. Il cervello di un bambino che deve ancora imparare a ragionare, se gli si dà sempre la risposta pronta e non lo si fa sbagliare o spingere a pensare da solo, potrà avere, poi, molte difficoltà di fronte a una situazione nuova e non essere, quindi, in grado di risolvere i problemi”. In questo quadro si inserisce - secondo Fagiolini - la riduzione drastica della scrittura a mano, con matita o penna, che impatta la memoria. “Scrivere su carta o anche su tablet, ma con la penna, fa immagazzinare le informazioni molto di più che scrivere sulla tastiera. La manualità è come ‘scrivere nel cervello’ e, quindi, agisce sulla memoria a lungo termine”. Emerge anche un’ulteriore evidenza: “Bisognerebbe ritornare indietro e non far utilizzare le tastiere anche nei licei, perché, in realtà, rallentano l’apprendimento”. Nel lavoro di ricerca della docente a Boston un interesse prioritario è dedicato, tra l’altro, alla sindrome di Rett, una malattia del neurosviluppo. “I nostri sforzi stanno iniziando a chiarire come rare condizioni che colpiscono bambine e bambini, come la sindrome di Rett, abbiano un impatto grave sulla loro vita e sulla capacità di parlare, camminare e interagire con gli altri. Il nostro obiettivo finale è contribuire all'identificazione di nuove terapie mirate”.
Digitale solo a piccole dosi, altrimenti i baby cervelli soffrono
La neuroscienziata Michela Fagiolini: quando la mente è nella fase dello sviluppo, l’eccesso di stimoli e risposte può diminuire la capacità di apprendere e af…








