Oggi in Italia risiedono più di trecentomila cinesi, e la quota più consistente vive in Lombardia, con Milano come principale polo di riferimento. Dentro questo dato c’è molto più di una fotografia demografica: c’è un secolo di inserimento urbano, di quartieri trasformati, di imprese familiari.
L’immigrazione cinese in Italia inizia alla fine del diciannnovesimo secolo, quando i mercanti di Wenzhou – nella regione meridionale dello Zhejiang – cominciano a visitare con frequenza diversi Paesi europei per partecipare alle grandi Esposizioni Universali della Belle Époque, portando con sé le loro cineserie, soprattutto statuette in pietra di Qingtian. L’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, allestita nell’area verde dietro al Castello Sforzesco, che avrebbe poi preso il nome di Parco Sempione, è il primo contatto ufficiale documentato tra Cina e Italia: i mercanti che seguirono la delegazione imperiale cinese furono i primi a stabilirsi in via Canonica, nella zona adiacente alla fiera.
La prima ondata migratoria significativa si verifica però tra gli anni Venti e Trenta, quando circa duecento cinesi furono inviati in Italia da una società commerciale sino-giappo-francese che commerciava perle finte. E dato che Milano aveva licenze di vendita ambulante tra le più economiche in Europa, anche i cinesi già presenti in Francia e nei Paesi Bassi si spostarono nella zona di via Canonica, nell’attuale Chinatown. Erano venditori di perle false, artigiani impiegati nella produzione e nel commercio di cravatte in seta e – durante la Seconda guerra mondiale – fabbricanti di cinture in pelle per i contingenti italiani e tedeschi.









