Mark Rutte si preparava da tempo all’impatto con il fattore Trump, arrivato ieri al vertice di Ankara sulla scia delle consuete bordate. Il segretario generale della Nato continua a celebrare il riarmo europeo. Inteso però come il riarmo degli alleati europei e canadesi all’interno della Nato. Proprio quell’Alleanza di cui il presidente del principale azionista, gli Stati uniti, sembra non sapere più che farsene. E che al massimo gli serve a gestire crisi che Washington non vuole più affrontare direttamente, a partire dall’Ucraina.
Per Rutte l’alleanza militare transatlantica non è morta, anzi. Va rafforzata anche sul piano industriale e deve fare più gioco di squadra, metafora infelice dopo l’inedita richiesta trumpiana di grazia per il nazionale di calcio Usa Balogun. Il vertice diventa così l’occasione per annunciare un’iniziativa di cooperazione industriale tra 17 Paesi, cui aderiscono tutti i principali Stati europei (Francia esclusa ma Italia compresa) insieme a Canada, Gran Bretagna e Norvegia, un programma di acquisti congiunti da 2,8 miliardi di dollari.
Da mediatore sbilanciato verso gli Usa, l’ex premier olandese utilizza però il summit soprattutto per imprimere un’accelerazione all’integrazione dell’industria della difesa transatlantica. Ankara fa da cornice a nuovi programmi multinazionali, dall’acquisizione dei velivoli GlobalEye ai droni Triton, fino agli strumenti Nato Engine e Front Door for Industry, pensati per integrare le due sponde dell’Atlantico. Quello che entra nel vivo oggi è un vertice Nato pensato per mettere a terra, in termini di commesse all’industria, le promesse di un anno fa quando al summit dell’Aja Trump convinse i leader europei ad accettare il 5% del Pil per la difesa entro il 2035. Rutte ci tiene a sottolineare che non si tratta di una rivoluzione industriale europea della difesa ma una «rivoluzione industriale transatlantica». Il segretario generale lo ripete più volte nel corso del Defence Industry Forum di Ankara: servono più produzione, meno burocrazia, più contratti comuni e una filiera integrata tra le due sponde dell’oceano. Con il «ronzio dei macchinari» che «deve trasformarsi in un ruggito», osserva Rutte.












