Il summit turco dell’Alleanza euroatlantica è un’occasione anche per Mosca di dire la sua, e ribadire la propria posizione sulla guerra in Ucraina che rimane a parole piuttosto ondivaga. Già in preparazione all’evento, infatti, il Cremlino aveva manifestato «insoddisfazione» verso i leader europei e occidentali: «Con dispiacere, ci tocca osservare che la più parte delle dichiarazioni riguardanti la Russia non avevano come oggetto un impegno costruttivo e dialogante ma al contrario erano dichiarazioni aggressive», ha affermato il portavoce Dmitry Peskov davanti alla stampa locale.

SECONDO IL FUNZIONARIO, di fronte alla stolida testardaggine degli avversari, la Federazione non può far altro che continuare a combattere, «sebbene la via diplomatica rappresenti comunque l’opzione preferibile». Certo, per risolvere il conflitto in maniera pacifica, Kiev deve essere pronta a compiere delle «scelte dure»: su quali siano queste scelte, però, nessun dettaglio. Si tratta in realtà di una “retorica circolare” che il Cremlino sta impiegando da diversi mesi a questa parte: da un lato ci si mostra aperti e malleabili se dovessero esserci concessioni (ma il viaggio di tre inviati europei nella capitale russa dello scorso giugno ha sortito ben pochi effetti), dall’altro si insiste sulla necessità di «raggiungere tutti gli obiettivi» che ci si era prefissati con l’invasione. Obiettivi che, a loro volta, rimangono aleatori: l’ultima offerta concreta sul tavolo era il controllo dell’intero Donbass (di cui il 20% circa è ancora in mano all’Ucraina) in cambio di un cessate il fuoco, ma è lecito supporre che attualmente Mosca non intenda accontentarsi di niente di meno di una sorta di “diritto di veto” permanente sulle vicende politiche dello stato confinante.