Al centro della pianificazione della Nato in vista del vertice di Ankara del 7-8 luglio si colloca un paradosso che attraversa ormai ogni valutazione strategica occidentale: la Russia non sta vincendo la guerra in Ucraina, ma questa circostanza non è affatto una ragione per un allentamento della pressione europea. Al contrario, potrebbe essere il suo esatto opposto. Diversi analisti parlano infatti di un “paradosso dell’escalation”, nel quale l’incapacità del Cremlino di ottenere una vittoria decisiva sul campo di battaglia si traduce in una crescente intensificazione di azioni ibride contro i paesi della Nato. Droni che violano lo spazio aereo, operazioni di sabotaggio, campagne di disinformazione e pressioni infrastrutturali non sono episodi isolati, ma componenti di una strategia coerente di logoramento. L’obiettivo non è la conquista territoriale diretta, che Mosca non è in grado di sostenere, bensì l’erosione della credibilità politica e militare dell’Alleanza. In questa logica, una Russia incapace di dichiarare vittoria ma determinata a non riconoscere la propria stasi strategica ha tutto l’interesse a costruire un “nemico allargato”, trasformando progressivamente il conflitto ucraino in una prova di resistenza contro l’intero sistema euro-atlantico. Secondo diverse valutazioni operative, la campagna ibrida del Cremlino è già un esperimento in tempo reale: misura la soglia di tolleranza della Nato, osserva i tempi di reazione, sfrutta le lentezze decisionali che precedono l’attivazione di meccanismi come l’articolo 5 del Trattato.Il punto critico non è soltanto militare, ma politico-istituzionale. La capacità della Nato di rispondere in modo credibile dipende dalla coesione interna, e proprio su questa coesione si inserisce la strategia russa. Le tensioni transatlantiche, le oscillazioni della politica americana, le discussioni sul ridimensionamento delle truppe americane in Europa o sulla condizionalità degli aiuti alimentano una narrazione utile al Cremlino: quella di una garanzia di sicurezza statunitense sempre più negoziabile e quindi meno affidabile. E’ per questo che il vertice di Ankara non può essere ridotto a un esercizio tecnico su bilanci della difesa, percentuali di spesa o liste di procurement. La posta in gioco è più profonda. Riguarda la tenuta politica della deterrenza. La vera “moneta” del summit è la risolutezza collettiva, cioè la capacità degli europei di comunicare a Mosca (e indirettamente anche a Washington) che la risposta alle provocazioni non sarà subordinata all’unanimità perfetta o alle interpretazioni variabili dell’articolo 5 in momenti di crisi. In questo quadro, uno degli obiettivi centrali del vertice dovrebbe essere l’adozione preventiva di regole di ingaggio condivise per gli incidenti nella cosiddetta “zona grigia”. Non si tratta di militarizzare ogni episodio, ma di evitare l’improvvisazione. Una Nato costretta a decidere sotto pressione è una Nato vulnerabile; una Nato che ha già definito soglie e risposte riduce lo spazio per la manipolazione avversaria.Ma il vertice di Ankara può e dovrebbe andare oltre la sola dimensione della deterrenza difensiva. Il sostegno all’Ucraina può essere rafforzato in modo più strutturale, trasformando l’assistenza da reattiva a sistemica. In primo luogo, attraverso un incremento stabile e prevedibile degli aiuti militari, non più legati a cicli politici nazionali ma inseriti in un quadro pluriennale di pianificazione congiunta. Questo include sistemi di difesa aerea integrata, capacità antidrone avanzate e un flusso continuo di munizioni che permetta a Kyiv di non dipendere da emergenze periodiche. In secondo luogo, il summit potrebbe consolidare un vero e proprio pilastro industriale della difesa europea-ucraina. La guerra ha dimostrato che la capacità produttiva è ormai una variabile strategica tanto quanto le piattaforme militari. Accelerare la produzione congiunta di armamenti, integrare le industrie della difesa ucraine nel mercato europeo e creare catene di approvvigionamento resilienti significherebbe non solo sostenere lo sforzo bellico, ma anche preparare la ricostruzione militare e industriale del paese. Un ulteriore elemento riguarda la dimensione informativa e cibernetica. La Nato potrebbe rafforzare i centri di analisi congiunta per contrastare le operazioni ibride russe e insieme all’Ucraina sviluppare una risposta coordinata alle campagne di disinformazione. In un conflitto in cui la percezione è spesso tanto importante quanto la capacità cinetica, la superiorità informativa diventa una forma di deterrenza a sé stante. Il vertice potrebbe inoltre affrontare in modo più esplicito la questione delle garanzie politiche di lungo periodo. Senza anticipare decisioni formali sull’adesione, una roadmap più chiara sull’integrazione progressiva dell’Ucraina nelle strutture euro-atlantiche rafforzerebbe la credibilità della posizione occidentale. L’ambiguità strategica, utile in altri contesti, in questo caso rischia di indebolire la deterrenza verso la Russia. Infine, Ankara potrebbe segnare un avanzamento nella velocità decisionale dell’Alleanza. La guerra in Ucraina ha mostrato che il fattore tempo è diventato decisivo. La deterrenza non dipende solo dalla forza complessiva, ma dalla rapidità con cui essa può essere mobilitata. Meccanismi di consultazione più snelli, capacità di risposta immediata a incidenti ibridi e un coordinamento politico-militare più continuo sarebbero elementi chiave per ridurre lo spazio di ambiguità sfruttato da Mosca.In definitiva, il vertice di Ankara si colloca dentro una fase in cui la deterrenza occidentale (europea) non può più basarsi esclusivamente sull’accumulo di risorse militari. Deve invece fondarsi su tre pilastri intrecciati: unità politica in Europa, chiarezza delle regole e continuità del sostegno all’Ucraina. Solo così l’Alleanza può trasformare il paradosso dell’escalation in un limite per la Russia, anziché in un’opportunità. La posta in gioco non è soltanto la gestione della guerra in corso, ma la definizione del modo in cui l’Europa e la Nato intendono prevenire le guerre future. Ankara, in questo senso, non è un punto di arrivo, ma un test: la dimostrazione che la deterrenza non è un concetto statico, bensì una pratica politica che richiede decisione, coerenza e velocità.